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giovedì 4 dicembre 2025

Turista non per caso: sulle tracce dei luoghi de "Il Padrino"


Una delle cose a cui non ho potuto resistere nelle mie ultime vacanze è stata quella di seguire, come un buon turista americano, le tracce de “Il Padrino”, ossia per intenderci di visitare gli esterni dell’epico film. Prima tappa, Savoca. A differenza di quanto si possa pensare, infatti, Corleone, il paesone del palermitano di cui sono originari gli Andolini, nel film non appare mai. Troppo implicata con la vera mafia, si era detto al tempo e quindi improponibile per le riprese di un film. Savoca, invece, è in provincia di Messina, a tre quarti d’ora dal porto di Zancle, approdo quasi obbligatorio per chiunque sbarchi in 
Sicilia. Se c’è una cosa di cui si può vantare questa cittadina è il panorama. Incastonata tra i monti Peloritani, con una vista da sensazione sulla linea mare cielo dello Ionio, questo piccolo paesino da decenni è considerato, almeno nelle Americhe, il luogo emblematico della saga de “Il Padrino”. Qui, Michael Corleone (Al Pacino) incontra nel bar Vitelli Apollonia (Simonetta Stefanelli) e a poche centinaia di metri, i due si uniscono in matrimonio nella chiesa di San Nicolò. Le scene con Saro Urzì, Franco Citti e Al Pacino sotto il pergolato del bar sono diventate parte permanente della cultura popolare. D’istinto, cerchiamo rassomiglianze tra i volti dei paesani, ma ovviamente non li troviamo.

La figura stilizzata di Francis Ford Coppola, che dalla piazzetta del paese filma la bellezza naturale dei dintorni, ci ricorda che questi avvenimenti fanno parte della finzione cinematografica. Confondere però la realtà con la fantasia è un gioco leggero, soprattutto se si è turisti, si è in Sicilia e si vuole provare se la granita con le mandorle, nonostante il prezzo proibitivo, sia più buona qui o nel Bambar di Taormina (optiamo per quest’ultimo). Il bar Vitelli, alla cui entrata torreggia un buttafuori non proprio affabile, era in origine la residenza nobiliare della famiglia Trimarchi. A volerla fu Giuseppe Trimarchi, capitano al soldo della corona spagnola, che nel XVI secolo servì sotto Carlo V e Filippo II. Un soldato tutto d’un pezzo che mai avrebbe immaginato che quattro secoli più tardi il suo palazzo sarebbe diventato famoso in tutto il mondo grazie a un’arte che al tempo nemmeno ci si poteva immaginare. Le tavolate di americanissimi che si strafogano di spritz e gelati spingono ad avventurarsi nelle vicinanze. Chi cerca trova e, infatti, ci accomodiamo alla Trattoria del Borgo. La vista è impagabile, il cibo buonissimo (involtini di melanzane, stinco con patate e Birra Messina). Esperienza da ripetere. 

Si procede verso sud e a Motta Camastra, c’è la villa di don Ciccio, oggi abbandonata e quasi irriconoscibile. Un casolare che naufraga nella compagna infuocata. Meglio procedere oltre. A mezz’ora d’auto, nelle campagne di Fiumefreddo, nella calura della piana che si estende a sud di Naxos, sorge il Castello degli Schiavi (https://www.castellodeglischiavi.com/it/). È la villa di Michael, quella dove il futuro capo vive i brevi giorni felici del suo matrimonio, idillio spezzato dalla morte dell’amata Apollonia nell’esplosione dell’automobile. Il castello, esempio armonioso di barocco siciliano del XVIII secolo, funziona oggi come sede di eventi e il suo portone, a meno di colpi di fortuna, rimane chiuso ai curiosi. Siccome la fortuna aiuta gli audaci, l’abbiamo trovato aperto. Colpisce il silenzio che, nel caldo opprimente, viene spezzato dal frinire delle cicale. La finzione e la realtà sembra vogliano di nuovo confondersi e confonderci.

Michael Corleone al mare non ci andava ma a un paio di chilometri dalla sua villa fittizia c’è la bellissima e tranquilla spiaggia di Marina di Cottone, che si estende per chilometri. Via dalla pazza folla, è la maniera migliore per finire la giornata. Sullo sfondo, la rocca di Taormina, l’Etna con la sua fumarola a occidente, i miti della Magna Grecia nello stretto che si intravede con la Calabria immota. Ultimo consiglio: fermatevi al bar pasticceria Valery di Fiumefreddo, dove fanno la ciambella più buona del pianeta Terra (https://www.facebook.com/Barvalery90/?locale=es_LA).

mercoledì 18 agosto 2021

Montalbano, un ambasciatore per narrare la Sicilia

Quando Camilleri pubblicò da Sellerio nel 1994 “La forma dell’acqua”, il primo Montalbano, non immaginava il successo che il suo personaggio avrebbe suscitato. Camilleri era a quel tempo alla soglia della settantina, età in cui ci si aspettano poche sorprese dalla vita, e meno che mai ci si aspetta di dare vita a una serie letteraria lunga 28 romanzi, se contiamo solo il ciclo principale. La longevità ha dato una mano, ma a Camilleri bisogna riconoscere la disciplina e la perseveranza, qualità più forti della cecità e la relativa depressione che lo avevano colpito negli ultimi anni.

La popolarità di Montalbano è cresciuta esponenzialmente all’uscita delle sue inchieste, creando non solo un caso letterario, ma un fenomeno culturale che si è esteso anche fuori dai confini italiani. Innegabile, in questo contesto, il ruolo giocato dalla televisione che ha avuto il pregio di dare forma ai luoghi descritti già magistralmente sulla carta. A questo punto, è sorto un piccolo miracolo. Nel continente americano –da dove scrivo- la Sicilia è diventata, grazie a Camilleri e al suo personaggio, una meta turistica ambita, libera finalmente dagli stereotipi secolari che l’accompagnano. Immersa, certo, nelle problematiche che la criminalità e la società distillano a profusione e su cui i romanzi di Montalbano sono costruiti, ma sospesa, vivibile. D’altronde, non ci sarebbe commissario senza un giallo da risolvere. L’opera letteraria di Camilleri, però –e forse l’autore non se lo sarebbe aspettato- trascende l’ambientazione e va oltre, perché ha acceso la curiosità dei lettori e dei telespettatori sulla storia, sulla gente e sulla cultura della Sicilia. Liberatasi dalle convenzioni dei luoghi comuni, l’isola è diventata terra da scoprire e da apprezzare.

Le agenzie organizzano viaggi in Sicilia proponendo le escursioni sui luoghi di Montalbano. “Sigue las huellas del ficticio comisario Montalbano con un tour por los lugares de rodaje del sudeste de Sicilia”, “Full-day Inspector Montalbano tour”: da nord a sud del continente si pubblicizza la “Montalbano Experience” che mischia mare, cucina e barocco passando per i luoghi cari alla narrazione, dalla casa simbolo di Punta Secca al ristorante “Da Enzo” e poi Scicli, Ragusa, Donnalucata. Viaggi da vivere in leggerezza, proprio come avrebbe voluto Camilleri.

Il suo universo geografico –quello che anche l’editore Sellerio ha proposto in un’edizione dell’atlante dei luoghi di Montalbano- è stato all’inizio difficile da proporre fuori dall’Italia. Le edizioni in spagnolo ed in inglese hanno trovato un cammino arduo. Nessuno lo voleva pubblicare perché il suo italiano contaminato dai sicilianismi era difficile da tradurre. Il processo, come anche in Italia, è passato attraverso l’assimilazione che via via, mano a mano che le pubblicazioni si succedevano, diventava meno ostico e si trasformava in familiare. La celebrazione, come dicevo più sopra, è venuta con la serie televisiva. Montalbano diventa l’invitato a cena, l’appuntamento immancabile di pomeriggi piovosi o un intervallo sicuro per evadere dalle narconovelas o dai mattoni romantici. E il suo linguaggio, ricco di fonemi nuovi al lettore che, mantenuti nella loro accezione originale, acquistano la stessa rilevanza dei luoghi presentati nella narrazione, si manifesta come un’attrazione in più e come chiave per capire le tante facce della Sicilia. Parafrasando lo scrittore Gesualdo Bufalino: quella babba, quella sperta, quella frenetica, quella che si angoscia, quella “che si sporge da un crinale di vento in un accesso di abbagliato delirio”. La Sicilia, insomma, che è tanta e diversa.  

Italiani: popolo di santi, poeti e bestemmiatori

Una delle prime espressioni in lingua volgare italiana recita così: “Fili de le pute, traite!”. È l’iscrizione trovata nella Basilica di San...