Nel 1876 c’è gran fervore in Europa. Il successo ottenuto dalla recente apertura del Canale di Suez avvenuta nel 1869 spinge i francesi a investire su altri progetti simili. Panama è nel mirino e viene costituita la Compagnia Universale del Canale Interoceanico con il compito di sondare un progetto di fattibilità per unire l’Oceano Atlantico con quello Pacifico. È un’opera faraonica, le cui difficoltà appaiono subito evidenti. Il tropico non è il deserto e qui non si tratta di tracciare una linea retta nella sabbia, ma di superare ostacoli geografici di varia natura nel contesto di un clima spietato.
La prima spedizione francese
viene organizzata dal nipote di Luciano Bonaparte, Lucien Bonaparte Wyse e da
Armando Reclus, fratello del celebre geografo Elisée. Tra i partecipanti ci
sono due italiani. Sono Oliviero Bixio, 35 anni, nipote del garibaldino Nino
Bixio, e Guido Musso, un ingegnere genovese, venticinquenne. Bixio, come
tradizione di famiglia, ha già avuto una vita avventurosa. Aveva fatto la
Seconda guerra d’Indipendenza con il grado di capitano e poi era approdato
negli Stati Uniti dove aveva combattuto nella guerra civile americana nella
cavalleria del generale McClellan. Ritornato in Europa, si era offerto
volontario per difendere la Francia dall’invasione tedesca del 1870; decisione
che gli valse una ferita e il carcere, da cui fugge per tornare a combattere. I
suoi atti di eroismo gli valgono la Legione d’Onore. Consumato dalla febbre
dell’avventura decide di unirsi a Bonaparte e Reclus per esplorare le selve
panamensi.
Guido Musso, di dieci anni più giovane, è invece un ingegnere dalle belle speranze. Ha studiato al Politecnico di Milano e vuole vivere in prima persona le grandi sfide che l’ingegneria del suo tempo propone. A Saint Nazaire i due si imbarcano sulla “Lafayette” insieme ad altri studiosi, tecnici e scienziati. Nel dicembre 1876, dopo meno di un mese di navigazione, giungono a Panama, allora regione della Gran Colombia. I due legano immediatamente. Il Darién, dove sono approdati, è una regione inospitale. La giungla è impenetrabile e le condizioni di lavoro estreme. A fatica la spedizione raggiunge il fiume Tuira, un bacino fluviale importante che si potrebbe prestare alla realizzazione del canale. I lavori procedono a rilento tra piogge torrenziali e continui pericoli. Non passa molto tempo e Bixio si ammala. Al tempo la diagnosi era una sola: polmonite. In realtà, il tropico cela decine di differenti patologie: la dengue, la febbre gialla, la malaria, la malattia di Chagas. Bixio, dopo averla fatta franca sui campi di battaglia, muore il 18 gennaio, diventando la prima delle migliaia di vittime che il Canale di Panama chiederà in tributo per la sua costruzione.
Musso, afflitto dalla perdita, seppellisce
l’amico e connazionale nel minuscolo cimitero di Pinogana. Bisogna, però,
andare avanti. La spedizione continua a lavorare alacremente fino a maggio. I
risultati, però, non sono quelli sperati. L’esplorazione della regione del
golfo di San Miguel porta a una bocciatura di quel progetto iniziale: l’altitudine
e la geologia del terreno non erano quelli sperati. Musso si appresta a tornare
a casa, ma pochi giorni prima di imbarcarsi, si ammala anche lui. Lo trasportano
sulla nave che lo riporta in Europa, ma il genovese dopo un solo giorno di
navigazione muore: è il 19 maggio. La sua salma, come suole la tradizione,
viene calata in mare.
La storia di questi due italiani
viene presto dimenticata, fino a quando nel 1956 il regista Renato Cenni gira
un documentario nel Darién e si imbatte nella tomba di Bixio. Cenni seguirà le
orme della spedizione di Bonaparte Wyse e Reclus e da quell’esperienza nasce il
cortometraggio “Il ponte dell’universo”, che rievoca l’epopea dei progetti
francesi sul Canale e il suo impatto sulle popolazioni locali. Oltre, ai sogni
spezzati di due italiani che pensarono di scrivere una pagina importante nella
storia dell’Ottocento e trovarono invece una morte prematura.


