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martedì 11 novembre 2025

Due italiani a Panama: le vite spezzate del Canale

Nel 1876 c’è gran fervore in Europa. Il successo ottenuto dalla recente apertura del Canale di Suez avvenuta nel 1869 spinge i francesi a investire su altri progetti simili. Panama è nel mirino e viene costituita la Compagnia Universale del Canale Interoceanico con il compito di sondare un progetto di fattibilità per unire l’Oceano Atlantico con quello Pacifico. È un’opera faraonica, le cui difficoltà appaiono subito evidenti. Il tropico non è il deserto e qui non si tratta di tracciare una linea retta nella sabbia, ma di superare ostacoli geografici di varia natura nel contesto di un clima spietato.

La prima spedizione francese viene organizzata dal nipote di Luciano Bonaparte, Lucien Bonaparte Wyse e da Armando Reclus, fratello del celebre geografo Elisée. Tra i partecipanti ci sono due italiani. Sono Oliviero Bixio, 35 anni, nipote del garibaldino Nino Bixio, e Guido Musso, un ingegnere genovese, venticinquenne. Bixio, come tradizione di famiglia, ha già avuto una vita avventurosa. Aveva fatto la Seconda guerra d’Indipendenza con il grado di capitano e poi era approdato negli Stati Uniti dove aveva combattuto nella guerra civile americana nella cavalleria del generale McClellan. Ritornato in Europa, si era offerto volontario per difendere la Francia dall’invasione tedesca del 1870; decisione che gli valse una ferita e il carcere, da cui fugge per tornare a combattere. I suoi atti di eroismo gli valgono la Legione d’Onore. Consumato dalla febbre dell’avventura decide di unirsi a Bonaparte e Reclus per esplorare le selve panamensi.

Guido Musso, di dieci anni più giovane, è invece un ingegnere dalle belle speranze. Ha studiato al Politecnico di Milano e vuole vivere in prima persona le grandi sfide che l’ingegneria del suo tempo propone. A Saint Nazaire i due si imbarcano sulla “Lafayette” insieme ad altri studiosi, tecnici e scienziati. Nel dicembre 1876, dopo meno di un mese di navigazione, giungono a Panama, allora regione della Gran Colombia. I due legano immediatamente. Il Darién, dove sono approdati, è una regione inospitale. La giungla è impenetrabile e le condizioni di lavoro estreme. A fatica la spedizione raggiunge il fiume Tuira, un bacino fluviale importante che si potrebbe prestare alla realizzazione del canale. I lavori procedono a rilento tra piogge torrenziali e continui pericoli. Non passa molto tempo e Bixio si ammala. Al tempo la diagnosi era una sola: polmonite. In realtà, il tropico cela decine di differenti patologie: la dengue, la febbre gialla, la malaria, la malattia di Chagas. Bixio, dopo averla fatta franca sui campi di battaglia, muore il 18 gennaio, diventando la prima delle migliaia di vittime che il Canale di Panama chiederà in tributo per la sua costruzione.

Musso, afflitto dalla perdita, seppellisce l’amico e connazionale nel minuscolo cimitero di Pinogana. Bisogna, però, andare avanti. La spedizione continua a lavorare alacremente fino a maggio. I risultati, però, non sono quelli sperati. L’esplorazione della regione del golfo di San Miguel porta a una bocciatura di quel progetto iniziale: l’altitudine e la geologia del terreno non erano quelli sperati. Musso si appresta a tornare a casa, ma pochi giorni prima di imbarcarsi, si ammala anche lui. Lo trasportano sulla nave che lo riporta in Europa, ma il genovese dopo un solo giorno di navigazione muore: è il 19 maggio. La sua salma, come suole la tradizione, viene calata in mare.

La storia di questi due italiani viene presto dimenticata, fino a quando nel 1956 il regista Renato Cenni gira un documentario nel Darién e si imbatte nella tomba di Bixio. Cenni seguirà le orme della spedizione di Bonaparte Wyse e Reclus e da quell’esperienza nasce il cortometraggio “Il ponte dell’universo”, che rievoca l’epopea dei progetti francesi sul Canale e il suo impatto sulle popolazioni locali. Oltre, ai sogni spezzati di due italiani che pensarono di scrivere una pagina importante nella storia dell’Ottocento e trovarono invece una morte prematura.

martedì 27 ottobre 2020

Da scuola dittatori a hotel cinque stelle


I nomi che sono passati da questi corridoi, che si sono ospitati in queste stanze, hanno un che di sinistro: Manuel Noriega, Hugo Banzer, Efraín Rios Montt, Vladimiro Montesinos, Roberto Viola, Leopoldo Galtieri, per citarne alcuni. La lista, ovviamente, è molto più lunga. L’edificio, incastonato in un panorama mozzafiato di foresta tropicale e canali, ha avuto per una trentina d’anni un nome tristemente famoso, Fort Gulick. Era la sede della Escuela de las Américas, l’accademia militare montata nel mezzo della giungla panamense dagli Stati Uniti per addestrare l’elite di governanti che con mano dura doveva mantenere l’establishment in America Latina. Fort Gulick era anche la base operativa dell’ottavo gruppo delle Forze speciali, battaglione impegnato nelle missioni più o meno lecite su e giù per il continente americano. L’operazione più famosa rimane quella che, nel settembre-ottobre 1967, costrinse Che Guevara alla resa in Bolivia. Nei tre decenni in cui è stata aperta, la scuola ha addestrato almeno 83.000 reclute, militari chiamati a mantenere, con ogni mezzo, lo status quo nella regione. Non tutto è eterno. Nel 1999 i gringos se ne vanno e lasciano il forte ai panamensi (la scuola, intanto, era già stata trasferita a Fort Benning, in Georgia).  

La struttura, enorme, per un po’ langue sotto il nome di Fort Espinar. Il governo panamense non sa bene che farsene di quegli edifici che trasudano una storia ingombrante. Inoltre, il Paese non ha neanche un esercito che ne possa prendere possesso, visto che è stato abolito dopo l’invasione del 1989. È a questo punto che si fanno avanti gli spagnoli. Location, location, location: l’ex forte è situato in una posizione spettacolare, tra l’oceano e il canale, enclave di cemento in una foresta rigogliosa ed esuberante. La catena Meliá ha l’idea di trasformare il luogo in un hotel a cinque stelle. Sventrati i cortili delle adunate, al loro posto sono state costruite tre grandi piscine, gli interni sono stati rimodellati e l’austera costruzione è diventata Meliá Panama Canal, che oggi offre 232 camere con vista alla giungla o al famoso canale. All’entrata, il turista trova un mosaico con la scritta augurale: et in terra pax.

Olivetti in America Latina: tra design e progresso

Dal 30 gennaio al 28 marzo si terrà a San José l’esposizione “Olivetti en América Latina: diseño, comunicación, arquitectura”. Quando si p...