Dal 30 gennaio al 28 marzo si terrà a San José l’esposizione “Olivetti en América Latina: diseño, comunicación, arquitectura”.
Quando si parla di Olivetti la memoria va immediatamente alla Lettera 32, la macchina per scrivere piccolo gioiello di disegno e prestazioni, che conquistò tutto il mondo. Dal 1963, quando fu presentata, fino al suo ritiro diventò un simbolo inconfondibile del design italiano (fu disegnata da Marcello Nizzoli, “padre” anche del classico distributore Agip anni Sessanta e della macchina da cucire “Mirella”, della Necchi) e valse all’Olivetti il riconoscimento internazionale. Non solo giornalisti o scrittori usarono quella macchina, ma la gente comune che fece della Lettera 32 un oggetto imprescindibile nelle case.
La relazione dell’Olivetti con
l’America Latina è stata lunga e profonda e ha portato alla trasformazione del
mondo imprenditoriale locale. Già nel 1949 venne inaugurato il complesso di
Vallejo, in Messico. La presenza dell’azienda italiana contribuì alla
meccanizzazione dei vetusti apparati statali e privati messicani, con
l’introduzione delle macchine per scrivere e delle calcolatrici. Ogni giorno
venivano assemblati più di mille dispositivi che poi finivano negli uffici di
tutta l’area centroamericana in diretta concorrenza con le marche statunitensi.
La popolarità dell’Olivetti divenne palese con le Olimpiadi di Città del
Messico del 1968, quando l’azienda italiana si fece carico dell’allestimento
delle sale stampa offrendo a migliaia di giornalisti gli strumenti necessari al
loro lavoro quotidiano. Un compito difficile, ma svolto nel migliore dei modi e
che mise a tacere i critici di quelle Olimpiadi che si svolgevano per la prima
volta in un Paese in via di sviluppo, ritenuto non adatto a ospitare un evento
così importante. Sull’onda del successo Olivetti aprì in Brasile lo
stabilimento di Guarulhos, nell’area di Sao Paulo, e in Argentina a Paso Rey,
sempre con la pretesa di portare la Lettera 32, le calcolatrici (dalla Summa
alla Logos) e i primi computer in ogni casa e ufficio d’America Latina. I
progetti di quegli stabilimenti toccarono all’architetto Marco Zanuso, tra i
designer più emblematici del Novecento. L’etica del lavoro, introdotta da
Adriano Olivetti, sorprendeva: gli stabilimenti comprendevano asili,
biblioteche, medici, compenentrandosi con il territorio e la sua gente. Una
novità assoluta per regioni dove la dipendenza tra lavoratore e imprenditore
era marcata dall’abuso o, nel migliore dei casi, dall’indifferenza. La presenza
dell’Olivetti in America Latina, inoltre, era una porta aperta sull’Italia.
Designer, architetti, progettisti celebravano il Made in Italy fornendo gli
spazi espositivi della marca dei simboli distintivi del nostro Paese, dal marmo
di Carrara al vetro di Murano.
Intanto, l’Olivetti arrivava
prima in tutto: prima ad aprire a Mountain View quando Steve Jobs era solo un
diciottenne di belle speranze; prima, nel 1978, a mettere in commercio una
macchina per scrivere elettronica (la ET101); prima, nel 1981, a presentare il
personal computer, l’M10. Poi, lento il declino e il riassetto al passo con i
tempi, anche in America Latina. La storia, però, rimane.
L’esposizione costaricana si
terrà nel Campus Tecnológico del TEC, nella Casa Verde di Barrio Amón della
capitale San José grazie al TEC, il Politecnico di Torino e l’Archivio Storico
Olivetti.








