mercoledì 28 gennaio 2026

Olivetti in America Latina: tra design e progresso

Dal 30 gennaio al 28 marzo si terrà a San José l’esposizione “Olivetti en América Latina: diseño, comunicación, arquitectura”.

Quando si parla di Olivetti la memoria va immediatamente alla Lettera 32, la macchina per scrivere piccolo gioiello di disegno e prestazioni, che conquistò tutto il mondo. Dal 1963, quando fu presentata, fino al suo ritiro diventò un simbolo inconfondibile del design italiano (fu disegnata da Marcello Nizzoli, “padre” anche del classico distributore Agip anni Sessanta e della macchina da cucire “Mirella”, della Necchi) e valse all’Olivetti il riconoscimento internazionale. Non solo giornalisti o scrittori usarono quella macchina, ma la gente comune che fece della Lettera 32 un oggetto imprescindibile nelle case.

La relazione dell’Olivetti con l’America Latina è stata lunga e profonda e ha portato alla trasformazione del mondo imprenditoriale locale. Già nel 1949 venne inaugurato il complesso di Vallejo, in Messico. La presenza dell’azienda italiana contribuì alla meccanizzazione dei vetusti apparati statali e privati messicani, con l’introduzione delle macchine per scrivere e delle calcolatrici. Ogni giorno venivano assemblati più di mille dispositivi che poi finivano negli uffici di tutta l’area centroamericana in diretta concorrenza con le marche statunitensi. La popolarità dell’Olivetti divenne palese con le Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quando l’azienda italiana si fece carico dell’allestimento delle sale stampa offrendo a migliaia di giornalisti gli strumenti necessari al loro lavoro quotidiano. Un compito difficile, ma svolto nel migliore dei modi e che mise a tacere i critici di quelle Olimpiadi che si svolgevano per la prima volta in un Paese in via di sviluppo, ritenuto non adatto a ospitare un evento così importante. Sull’onda del successo Olivetti aprì in Brasile lo stabilimento di Guarulhos, nell’area di Sao Paulo, e in Argentina a Paso Rey, sempre con la pretesa di portare la Lettera 32, le calcolatrici (dalla Summa alla Logos) e i primi computer in ogni casa e ufficio d’America Latina. I progetti di quegli stabilimenti toccarono all’architetto Marco Zanuso, tra i designer più emblematici del Novecento. L’etica del lavoro, introdotta da Adriano Olivetti, sorprendeva: gli stabilimenti comprendevano asili, biblioteche, medici, compenentrandosi con il territorio e la sua gente. Una novità assoluta per regioni dove la dipendenza tra lavoratore e imprenditore era marcata dall’abuso o, nel migliore dei casi, dall’indifferenza. La presenza dell’Olivetti in America Latina, inoltre, era una porta aperta sull’Italia. Designer, architetti, progettisti celebravano il Made in Italy fornendo gli spazi espositivi della marca dei simboli distintivi del nostro Paese, dal marmo di Carrara al vetro di Murano.

Intanto, l’Olivetti arrivava prima in tutto: prima ad aprire a Mountain View quando Steve Jobs era solo un diciottenne di belle speranze; prima, nel 1978, a mettere in commercio una macchina per scrivere elettronica (la ET101); prima, nel 1981, a presentare il personal computer, l’M10. Poi, lento il declino e il riassetto al passo con i tempi, anche in America Latina. La storia, però, rimane.

L’esposizione costaricana si terrà nel Campus Tecnológico del TEC, nella Casa Verde di Barrio Amón della capitale San José grazie al TEC, il Politecnico di Torino e l’Archivio Storico Olivetti.

giovedì 18 dicembre 2025

Quell'imbroglio del balcone di Giulietta

Nel film “Totòtruffa ‘62” (https://www.youtube.com/watch?v=YtERpaeRnB8) il celebre Totò veste i panni di un truffatore e, spacciandosi per il cavaliere Antonio Trevi, improbabile proprietario della celebre fontana di Roma, si adopera per vendere il monumento a uno sprovveduto turista. È una scena esilarante, che dimostra un certo carattere dell’ingegno italico, speso nella maniera truffaldina piuttosto che a favore di azioni utili.

La recente decisione del Comune di Verona di rendere a pagamento il cortile e i vani della cosidetta “casa di Giulietta” ha un po’ questo tenore, che naviga tra la cialtroneria e la mistificazione. Per un somma tutt’altro che modica -12 euro con prenotazione obbligatoria- 1460 eletti al giorno potranno passeggiare nel cortile, farsi immortalare con la statua dell’eroina shakesperiana e visitare la casa medievale. Che, come tutti sanno in Italia, non ha niente a che vedere con i Capuleti e la storia di Romeo e Giulietta, ma è un conclamato falso. Le autorità, insomma, invece di risolvere le molteplici problematiche del turismo di massa, si adeguano e divengono complici del luna park. Dal 6 dicembre al 6 gennaio, giusto per fare cassa e verificare i risultati del provvedimento che –scommettiamo?- diventerà effettivo in vista dell’estate 2026 (https://www.museiverona.com/).

L’idea, di per sè geniale, di trasformare la locanda medievale della famiglia Dal Cappello (e infatti la via dove sorge la “casa di Giulietta” si chiama proprio via Cappello) nella corte dei Capuleti, venne a un veronese doc, Antonio Avena che fu per trentacinque anni direttore dei musei civici. Avena ricreò i luoghi shakesperiani e lo fece sull’onda dell’interesse suscitato in America da “Romeo and Juliet”, versione cinematografica della tragedia diretta da George Cukor uscito nel 1936. La casa venne abbellita e intervenuta con forme neogotiche e con l’inclusione del famoso balcone, fino ad allora inesistente. Poco a poco venne trasformata in una casa museo con affreschi, arredi e oggetti di diversa provenienza. Ultimo tocco, la collocazione nel 1973 della statua di bronzo di Giulietta, opera dello scultore Nereo Costantini. Una specie di set cinematografico, quindi, un acchiappaturisti per lungo tempo gratuito -l’importante era attirare i turisti a Verona-, ma che ora si è deciso di monetizzare.

La “casa di Giulietta” non è un monumento storico, ma rappresenta piuttosto un incontro sentimentale. Qualcuno, non a torto, ha già denominato il provvedimento “la tassa sugli amanti”. E, intanto, tra overtourism e la scaltrezza delle amministrazioni comunali, il turismo in Italia somiglia sempre più a un parco di divertimenti: https://maledettitropici.blogspot.com/2024/03/le-citta-italiane-luna-park-del-turismo.html  

giovedì 4 dicembre 2025

Turista non per caso: sulle tracce dei luoghi de "Il Padrino"


Una delle cose a cui non ho potuto resistere nelle mie ultime vacanze è stata quella di seguire, come un buon turista americano, le tracce de “Il Padrino”, ossia per intenderci di visitare gli esterni dell’epico film. Prima tappa, Savoca. A differenza di quanto si possa pensare, infatti, Corleone, il paesone del palermitano di cui sono originari gli Andolini, nel film non appare mai. Troppo implicata con la vera mafia, si era detto al tempo e quindi improponibile per le riprese di un film. Savoca, invece, è in provincia di Messina, a tre quarti d’ora dal porto di Zancle, approdo quasi obbligatorio per chiunque sbarchi in 
Sicilia. Se c’è una cosa di cui si può vantare questa cittadina è il panorama. Incastonata tra i monti Peloritani, con una vista da sensazione sulla linea mare cielo dello Ionio, questo piccolo paesino da decenni è considerato, almeno nelle Americhe, il luogo emblematico della saga de “Il Padrino”. Qui, Michael Corleone (Al Pacino) incontra nel bar Vitelli Apollonia (Simonetta Stefanelli) e a poche centinaia di metri, i due si uniscono in matrimonio nella chiesa di San Nicolò. Le scene con Saro Urzì, Franco Citti e Al Pacino sotto il pergolato del bar sono diventate parte permanente della cultura popolare. D’istinto, cerchiamo rassomiglianze tra i volti dei paesani, ma ovviamente non li troviamo.

La figura stilizzata di Francis Ford Coppola, che dalla piazzetta del paese filma la bellezza naturale dei dintorni, ci ricorda che questi avvenimenti fanno parte della finzione cinematografica. Confondere però la realtà con la fantasia è un gioco leggero, soprattutto se si è turisti, si è in Sicilia e si vuole provare se la granita con le mandorle, nonostante il prezzo proibitivo, sia più buona qui o nel Bambar di Taormina (optiamo per quest’ultimo). Il bar Vitelli, alla cui entrata torreggia un buttafuori non proprio affabile, era in origine la residenza nobiliare della famiglia Trimarchi. A volerla fu Giuseppe Trimarchi, capitano al soldo della corona spagnola, che nel XVI secolo servì sotto Carlo V e Filippo II. Un soldato tutto d’un pezzo che mai avrebbe immaginato che quattro secoli più tardi il suo palazzo sarebbe diventato famoso in tutto il mondo grazie a un’arte che al tempo nemmeno ci si poteva immaginare. Le tavolate di americanissimi che si strafogano di spritz e gelati spingono ad avventurarsi nelle vicinanze. Chi cerca trova e, infatti, ci accomodiamo alla Trattoria del Borgo. La vista è impagabile, il cibo buonissimo (involtini di melanzane, stinco con patate e Birra Messina). Esperienza da ripetere. 

Si procede verso sud e a Motta Camastra, c’è la villa di don Ciccio, oggi abbandonata e quasi irriconoscibile. Un casolare che naufraga nella compagna infuocata. Meglio procedere oltre. A mezz’ora d’auto, nelle campagne di Fiumefreddo, nella calura della piana che si estende a sud di Naxos, sorge il Castello degli Schiavi (https://www.castellodeglischiavi.com/it/). È la villa di Michael, quella dove il futuro capo vive i brevi giorni felici del suo matrimonio, idillio spezzato dalla morte dell’amata Apollonia nell’esplosione dell’automobile. Il castello, esempio armonioso di barocco siciliano del XVIII secolo, funziona oggi come sede di eventi e il suo portone, a meno di colpi di fortuna, rimane chiuso ai curiosi. Siccome la fortuna aiuta gli audaci, l’abbiamo trovato aperto. Colpisce il silenzio che, nel caldo opprimente, viene spezzato dal frinire delle cicale. La finzione e la realtà sembra vogliano di nuovo confondersi e confonderci.

Michael Corleone al mare non ci andava ma a un paio di chilometri dalla sua villa fittizia c’è la bellissima e tranquilla spiaggia di Marina di Cottone, che si estende per chilometri. Via dalla pazza folla, è la maniera migliore per finire la giornata. Sullo sfondo, la rocca di Taormina, l’Etna con la sua fumarola a occidente, i miti della Magna Grecia nello stretto che si intravede con la Calabria immota. Ultimo consiglio: fermatevi al bar pasticceria Valery di Fiumefreddo, dove fanno la ciambella più buona del pianeta Terra (https://www.facebook.com/Barvalery90/?locale=es_LA).

martedì 11 novembre 2025

Due italiani a Panama: le vite spezzate del Canale

Nel 1876 c’è gran fervore in Europa. Il successo ottenuto dalla recente apertura del Canale di Suez avvenuta nel 1869 spinge i francesi a investire su altri progetti simili. Panama è nel mirino e viene costituita la Compagnia Universale del Canale Interoceanico con il compito di sondare un progetto di fattibilità per unire l’Oceano Atlantico con quello Pacifico. È un’opera faraonica, le cui difficoltà appaiono subito evidenti. Il tropico non è il deserto e qui non si tratta di tracciare una linea retta nella sabbia, ma di superare ostacoli geografici di varia natura nel contesto di un clima spietato.

La prima spedizione francese viene organizzata dal nipote di Luciano Bonaparte, Lucien Bonaparte Wyse e da Armando Reclus, fratello del celebre geografo Elisée. Tra i partecipanti ci sono due italiani. Sono Oliviero Bixio, 35 anni, nipote del garibaldino Nino Bixio, e Guido Musso, un ingegnere genovese, venticinquenne. Bixio, come tradizione di famiglia, ha già avuto una vita avventurosa. Aveva fatto la Seconda guerra d’Indipendenza con il grado di capitano e poi era approdato negli Stati Uniti dove aveva combattuto nella guerra civile americana nella cavalleria del generale McClellan. Ritornato in Europa, si era offerto volontario per difendere la Francia dall’invasione tedesca del 1870; decisione che gli valse una ferita e il carcere, da cui fugge per tornare a combattere. I suoi atti di eroismo gli valgono la Legione d’Onore. Consumato dalla febbre dell’avventura decide di unirsi a Bonaparte e Reclus per esplorare le selve panamensi.

Guido Musso, di dieci anni più giovane, è invece un ingegnere dalle belle speranze. Ha studiato al Politecnico di Milano e vuole vivere in prima persona le grandi sfide che l’ingegneria del suo tempo propone. A Saint Nazaire i due si imbarcano sulla “Lafayette” insieme ad altri studiosi, tecnici e scienziati. Nel dicembre 1876, dopo meno di un mese di navigazione, giungono a Panama, allora regione della Gran Colombia. I due legano immediatamente. Il Darién, dove sono approdati, è una regione inospitale. La giungla è impenetrabile e le condizioni di lavoro estreme. A fatica la spedizione raggiunge il fiume Tuira, un bacino fluviale importante che si potrebbe prestare alla realizzazione del canale. I lavori procedono a rilento tra piogge torrenziali e continui pericoli. Non passa molto tempo e Bixio si ammala. Al tempo la diagnosi era una sola: polmonite. In realtà, il tropico cela decine di differenti patologie: la dengue, la febbre gialla, la malaria, la malattia di Chagas. Bixio, dopo averla fatta franca sui campi di battaglia, muore il 18 gennaio, diventando la prima delle migliaia di vittime che il Canale di Panama chiederà in tributo per la sua costruzione.

Musso, afflitto dalla perdita, seppellisce l’amico e connazionale nel minuscolo cimitero di Pinogana. Bisogna, però, andare avanti. La spedizione continua a lavorare alacremente fino a maggio. I risultati, però, non sono quelli sperati. L’esplorazione della regione del golfo di San Miguel porta a una bocciatura di quel progetto iniziale: l’altitudine e la geologia del terreno non erano quelli sperati. Musso si appresta a tornare a casa, ma pochi giorni prima di imbarcarsi, si ammala anche lui. Lo trasportano sulla nave che lo riporta in Europa, ma il genovese dopo un solo giorno di navigazione muore: è il 19 maggio. La sua salma, come suole la tradizione, viene calata in mare.

La storia di questi due italiani viene presto dimenticata, fino a quando nel 1956 il regista Renato Cenni gira un documentario nel Darién e si imbatte nella tomba di Bixio. Cenni seguirà le orme della spedizione di Bonaparte Wyse e Reclus e da quell’esperienza nasce il cortometraggio “Il ponte dell’universo”, che rievoca l’epopea dei progetti francesi sul Canale e il suo impatto sulle popolazioni locali. Oltre, ai sogni spezzati di due italiani che pensarono di scrivere una pagina importante nella storia dell’Ottocento e trovarono invece una morte prematura.

venerdì 31 ottobre 2025

Perché a Torino c'è il Museo Egizio

Il 4 novembre il Museo Egizio de Il Cairo riapre le sue porte ristrutturato e ampliato. Un’opera unica, ai piedi delle piramidi di Giza, grande due volte il Louvre con centomila pezzi attribuiti alle varie dinastie che hanno fatto la storia dell’Egitto antico, tra cui spicca l’intero corredo della tomba di Tutankhamen.

A Torino si sono celebrati invece nel 2024 i duecento anni del Museo Egizio locale. C’era già quando Carlo Alberto diramò lo Statuto Albertino e quando Vittorio Emanuele II proclamò il Regno d’Italia; quando Nietszche abbracciò il cavallo frustato da un vetturino e quando Lombroso faceva gli esperimenti di antropologia criminale; quando Salgari si aprì la pancia con una spada e quando il Grande Torino cadde a Superga. Un’istituzione, insomma, una presenza a cui noi ragazzi che crescevamo a Torino ricorrevamo un po’ per trovare l’atmosfera dei romanzi di Sinuhe di Mika Waltari, un po’ per fantasticare con le suggestioni di quell’epoca (le mummie; l’influenza di Belfagor, il fantasma del Louvre).


Al Museo, infatti, c’erano le mummie vere e ce n’erano tante, quelle che oggi si vedono poco, e che impressionavano assai. Ma chi ce le aveva portate? E poi, perché proprio a Torino? C’entra un tipo di Barbania, piccolo centro del Canavese, Bernardino Drovetti, figlio di un notaio che pensò bene di arruolarsi nell’esercito napoleonico. Da soldato semplice, passò per la battaglia di Marengo e arrivò a fare il capo di stato maggiore nell’Armata d’Italia. Una bella e veloce carriera, come succedeva spesso sotto Napoleone che, nell’ottobre 1802 lo manda in Egitto con la responsabilità di incentivare le relazioni commerciali con l’Egitto. Immune agli alti e bassi della politica europea (con la caduta del regime napoleonico, l’invasione inglese, la crisi turca) Drovetti dal 1811 iniziò a interessarsi dei reperti egizi, un’attività che mantenne per tutta la vita, grazie anche all’amicizia che lo legava al pascià Mohammed Alì che regnava sul Paese. Le sue esplorazioni lo portarono a strappare alle sabbie la famosa statua di Ramesse II e a srotolare il papiro regio (il Canone Reale), oltre a centinaia di oggetti di uso comune che servirono per ricostruire i momenti della vita quotidiana nell’antico Egitto.

Non era però solo amore per la storia e le culture antiche. Nel 1824, dopo aver sondato eventuali acquirenti e aver incassato il no dalla Francia, Drovetti vendette la sua collezione, con più di 7000 pezzi al costo di 400.000 lire al re di Sardegna, Carlo Felice. Fu così che venne istituito il primo museo d’antichità egizie del mondo. La collezione di Drovetti comprendeva 102 mummie, 169 papiri, 95 statue e servì al padre dell’egittologia, Champollion, per accrescere la sua conoscenza sul mondo egizio (l’archeologo francese si fermò a Torino nove mesi studiando quei reperti). Con il tempo il Museo Egizio di Torino organizzò varie spedizioni, iniziative che gli permisero di ampliare la collezione, valutata oggi in più di 40.000 pezzi che testimoniano le differenti tappe della storia delle dinastie egizie, dal Paleolitico all’età copta. 

In quanto a Drovetti, non rimase con le mani in mano. Vendette una seconda collezione al Louvre e una terza a Berlino, ma dobbiamo affermare che con tutti quei soldi il canavesano fece anche molta beneficenza, soprattutto nel suo paesino natale dove fondò ricoveri per i poveri a cui lasciò, alla sua morte (avvenuta il 9 maggio 1852, a 76 anni), il suo patrimonio.

Il link del Museo Egizio di Torino: https://www.museoegizio.it/

giovedì 9 ottobre 2025

Italofonia, il merito degli italo-discendenti

Puntuale come ogni anno ad ottobre, arriva la Settimana della Lingua Italiana nel mondo (13-19 ottobre per l’esattezza), appuntamento che questa edizione avrà come tema “Italofonia: lingua oltre i confini”. Si aspettano centinaia di manifestazioni e si spera che queste riescano ad approfondire le tematiche non solo linguistiche o culturali, ma anche sociali e politiche che l’italofonia comporta. In questo contesto bisogna elogiare il lavoro svolto dalle comunità di italo discendenti che, nonostante il passare del tempo, mantengono vivo il vincolo con il Paese d’origine, un’Italia che a dire il vero non è sempre presente nelle istanze che li riguardano. Spesso lasciati soli dalle istituzioni, a volte persino trattati come quei parenti di cui nessuno vuole saperne più, gli italo-discendenti -e con loro gli italiani emigrati di recente all’estero- hanno dato e danno l’apporto fondamentale per la diffusione della civiltà italiana. Dalla loro parte ci sono la caparbietà, la costanza, l’amore per la propria terra e le proprie origini, più forti di ogni ostacolo. Preservare la lingua significa preservare l’identità, mantenere intatto il legame con le radici e trasmettere questo insieme di valori alle nuove generazioni.

Si calcola che attualmente sono circa 2 milioni e mezzo le persone che parlano l’italiano in America Latina, con importanti presenze come sappiamo in Argentina, Brasile e Venezuela. Nel caso del Centroamerica, sono due i Paesi trainanti dell’italofonia: il Guatemala e il Costa Rica. Qui, la comunità degli italo-discendenti si è rafforzata alla fine del secolo scorso di un’importante colonia di emigrati che ha saputo rinnovare l’interesse per la lingua e la cultura italiana, facendo passi da gigante nei campi dell’imprenditoria, con il settore gastronomico a fare da traino. Di conseguenza, si è creato un significativo interesse per l’apprendimento della lingua italiana, mezzo privilegiato per avvicinarsi a tutto ciò che significa Italia. È nato così anche un risveglio, un risorgimento culturale, che ha portato centinaia di ragazzi, i cui avi provenivano dalla nostra penisola, ad avvicinarsi all’Italia (ricordiamo che in Costa Rica il 7,5% della popolazione ha origini italiane).

L’italofonia, quindi, come un bene da custodire. Senza dubbio, ma andando oltre gli slogan che spesso la politica vuole appiccicare a tutti i costi quando è alla ricerca di consensi, bisogna attuare e creare appoggio e sostegno a chi si trova in prima linea all’estero. Il governo attuale da un lato taglia i ponti con il passato, con un decreto che offende le comunità di italo-discendenti e dall’altro pretende che queste stesse comunità mantengano vive e diffondano la lingua italiana, assieme ai nostri usi e costumi. È una contraddizione, un’altra delle tante che l’emigrato si trova a vivere sulla propria pelle. Che poi, la questione dell’italofonia, si gioca anche in casa, per esempio ponendo un freno agli anglicismi usati oggi in forma sfrenata sui testi e nell’italiano parlato. Cominciamo a conoscere e ad apprezzare la nostra lingua e creeremo davvero quel senso di identità collettiva che renderà effettivo il ponte culturale che l’italofonia deve procurare tra il Paese d’origine e il resto delle comunità sparse per il mondo. 

 

Per approfondire:

https://maledettitropici.blogspot.com/2023/03/ll-congiuntivo-dellultimo-millennio.html

https://maledettitropici.blogspot.com/2021/03/ditelo-in-italiano-lattacco-dellinglese.html


mercoledì 24 settembre 2025

L'amore ai tempi dell'Inquisizione

C’era una volta l’Inquisizione e non solo in Europa, ma anche nei centri nevralgici dell’America Latina come Lima, Cartagena e Città del Messico città dove l’11 giugno 1649 si tenne il più importante auto da fe del continente: 109 penitenti, di cui 13 giustiziati in piazza. Strumento di controllo religioso ed ideologico, l’Inquisizione venne soppressa solo nel 1834 dopo centinaia di processi, auto da fe e vite rovinate. Tra queste, quella di un singolare personaggio italiano, Stefano Corti, lombardo da Lomazzo.

Nato nel 1753 e, rimasto presto orfano, Corti venne educato dallo zio sacerdote che lo mandò poi in bottega a Milano a imparare un mestiere, quello dello speziale. A Pavia, più tardi, si laurea in Medicina e poi, a 28 anni, si imbarca per Barcellona. Qui, le cose non vanno tanto bene e per evitare guai seri ripara a Madrid, dove ottiene la protezione di José Vásquez Téllez, nobile che viene nominato governatore del Costa Rica. È il 1790 e Corti accetta la proposta di Vásquez di seguirlo in America. Corti si adegua subito alla vita di quella che è, a discapito del nome, la provincia spagnola più arretrata. All’epoca è un uomo di 37 anni e secondo la descrizione che ne fa più tardi il segretario dell’Inquisizione messicana, Bernardo Ruíz de Molina, è un individuo più alto della media, robusto, dai capelli rossi, il naso aquilino e gli occhi neri. Stefano Corti a Cartago si trova bene. Ha cambiato il suo nome di battesimo per quello spagnolo di Esteban, è il medico di fiducia del governatore e, grazie alla sua abilità, si guadagna subito la stima dei notabili della città. Vive con una vedova e le sue due figlie e già qui le malignità cominciano a correre: “doña Joaquina López del Corral tenía hijas de buen ver, núbiles y un tanto fáciles” (citato dallo storico Manuel Valladares Rubio). Come dice il detto: pueblo chico, infierno grande. Gli speziali, i curanderos, i barbieri a cui ha tolto il lavoro lo accusano di pratiche immorali. E anche i mariti cornuti. Lo scrittore Joaquín Gutiérrez Mangel asserisce che le visite di Corti alle ammalate aumentavano quando i loro mariti si assentavano per dare la caccia agli indios o si recavano a controllare i loro affari nelle piantagioni di cacao. “Se le lenzuola parlassero” continua “la discendenza di Corti riempirebbe pagine intere dell’Anagrafe del Costa Rica, a cominciare da tutti coloro che portano il cognome Yglesias” (questo cognome veniva dato ai trovatelli abbandonati nelle chiese). L’italiano pagherà cara la fama di donnaiolo impenitente.  Gli eccessi che già lo avevano portato alla fuga da Barcellona (dove si era vantato di aver preso la verginità di nove donzelle) si ripetono nel Nuovo Mondo.

I nemici fioccano e, data la protezione del governatore, i suoi detrattori si rivolgono alla Curia che in pochi mesi prepara un castello accusatorio tale da portarlo alla prigionia, al sequestro dei beni e al suo trasferimento a Città del Messico per essere processato dal Tribunale della Santa Inquisizione. In totale, dovranno essere discussi 24 delitti gravi tra cui: la lussuria, la blasfemia, il disprezzo dei sacramenti e il concubinaggio. 

Cartago, insomma, si libera del seduttore Corti che nel giugno 1794 intraprende il lunghissimo viaggio via terra verso Città del Messico. Lo fa sempre scortato, trascorrendo mesi nelle prigioni delle varie province centroamericane, offrendo a chi ne ha bisogno la sua arte medica e lasciando ovunque un ricordo favorevole. Arriva in Messico dopo tremila chilometri a dorso di mulo e un anno esatto dopo la sua partenza. Qui si fa sette mesi di prigione prima di essere portato davanti al tribunale. Nel frattempo, ha sempre mantenuto un’attitudine mansueta: prega, legge la Bibbia, cura gli ammalati, non fa nessun accenno ad avventure amorose. I frati messicani, però, non si fanno turlupinare. L’accusano di essere un seguace di Rousseau e di Voltaire e aumentano i capi d’accusa da ventiquattro a ottantotto. Corti si dice malato: ha l’artrite, il mal di fegato, è inappetente. Per un po’ riesce a farla franca, poi viene portato davanti ai giudici e non sfugge al verdetto. Gli si chiede di abiurare e Corti in abito da inquisito (scapolare, corda da impiccato al collo, morsetto alla bocca) lo fa immediatamente. In questa maniera salva la vita, ma deve sottostare alla condanna, che prevede l’espatrio verso le colonie africane, dove dovrà trascorrere i seguenti otto anni. In attesa di una nave che lo porti a destinazione, Corti viene ospitato dai Padri Carmelitani a Puebla. Qui, manco a dirlo, acquista di nuovo una grande popolarità, curando e guarendo un gran numero di pazienti. Al convento, ci va solo a dormire e, per il resto, ritorna alle gesta di sempre. L’Inquisizione, ovviamente, non ci sta e pretende dal viceré Azanza che si compiano gli ordini. Nel marzo 1797 Corti si imbarca su una nave da guerra a Veracruz ma ancora una volta il destino ci mette la mano. Il galeone deve partecipare a manovre belliche e lo lascia all’Avana, dove diviene medico di fiducia del giudice Luis Viguri, l’incaricato di stabilire arrivi e partenze dall’isola. Viguri, nonostante le ingiunzioni civili e religiose insiste che Corti non può lasciare Cuba per via delle sue condizioni di salute. L’italiano è malato di gotta, febbricitante ogni qualvolta che un vascello con destinazione Cadice giunge in porto. Il tira e molla dura cinque anni. Nel novembre 1802 giunge l’ingiunzione reale: Corti deve essere messo sulla prima nave e portato in Spagna dove sconterà la sua condanna e verrà scortato in Africa. Il 27 di quel mese le guardie lo vanno a prendere ma non lo trovano. Lo cercano per tutta Cuba, ma l’italiano è come se si fosse volatilizzato. Qualcuno dice di averlo incontrato alle Bahamas, sempre dedito cura dei malati, mentre lo storico costaricano Ricardo Fernández Guardia asserisce che sia morto a Filadelfia, nel 1825. Niente di più probabile che, di fronte all’ipocrisia e al puritanesimo della società coloniale spagnola, Corti abbia cercato di finire i suoi giorni sotto falso nome in un contesto dove poteva esercitare la medicina in santa pace.

Sul tema dell’Inquisizione in America Latina, consiglio la lettura di “La gesta del marrano” del cileno Marcos Aguinis.

Olivetti in America Latina: tra design e progresso

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