Una delle prime espressioni in
lingua volgare italiana recita così: “Fili de le pute, traite!”. È l’iscrizione
trovata nella Basilica di San Clemente al Laterano, a Roma, e risale alla fine
dell’XI secolo. Oggi, si può tradurre in questa maniera: “Figli di puttana, tirate!”
ed è parte di un dialogo tra alcuni servi e San Clemente, dove l’uso del
volgare coinvolgeva la plebe e il latino, ancora considerata lingua dotta, espressa
dal santo. Di parolacce ne ha scritte anche Dante nella sua Commedia, dai papi
corrotti che “puttaneggiano” con i re, al guelfo Alessio Interminei “col capo
sì di merda lordo”, facendoci capire che anche nel Medioevo gli insulti erano
all’ordine del giorno.
Il vituperio, quindi, era già parte
del nostro patrimonio culturale agli albori della nostra lingua nazionale. E ha
continuato a radicarsi nel corso dei secoli spingendosi oltre, fino a darci il
primato di popolo più blasfemo d’Europa. Lo dicono le ricerche e lo dicono le
statistiche. Ce la prendiamo con i santi e la madonna, almeno una quindicina di
volte al giorno, ma più per tradizione che per la reale intenzione d’offendere.
Gli altri europei, quando visitavano il nostro Paese, spiegavano questa nostra tendenza come proveniente direttamente dal demonio. Nel XVII secolo la lingua italiana era percepita all’estero come veicolo di seduzione, tanto che si riteneva che il diavolo si fosse rivolto a Eva in italiano per indurla a cogliere la mela (così come il virtuoso Adamo parlava francese o spagnolo a seconda delle fonti). Agli stranieri, l’italiano appariva come la lingua della perdizione, asserzione confermata da chi si avventurava nei viaggi che, in quell’epoca, iniziavano a prosperare verso la penisola italica. Gli stranieri si perdevano nella traduzione, accolti com’erano da una valanga di lingue regionali e dialetti e dalla tendenza all’-issimo che piagava le narrazioni locali. Tra cui, appunto, spiccava il linguaggio forbito. In tempi recenti, la blasfemia è apparsa un po’ ovunque nella nostra letteratura, da Pasolini a Eco, da Tondelli a Nanni Balestrini, dalla Maraini alla Fallaci. A loro, il compito di immortalare sulla pagina scritta personaggi che enfatizzano e lo fanno nella maniera più popolare, quindi bestemmiando.
Si è cercato di dare una spiegazione
socioculturale a questa peculiare tendenza, tra cui spicca la tesi della nostra
vicinanza geografica alla Santa Sede che, per secoli, ha stuzzicato l’anima
laica degli italiani. Soprattutto per i toscani, vicini scomodi e anticonformisti,
la blasfemia sarebbe diventata un intercalare necessario per dimostrare e
confermare più volte al giorno il radicato anticlericalismo. A conti fatti,
però, sono i veneti quelli che bestemmiano di più, mentre ne risultano quasi immuni
i sardi.
In Italia è ancora oggi illegale
bestemmiare, anche se dal 1999 è considerato un illecito amministrativo e non
un reato, da cui però sono esclusi la Madonna e i santi, venerati sì ma non paragonabili
al Dio della religione cattolica. Un caso che vediamo nei campi di calcio, dove
si rischia un’ammonizione se si cita Dio in compagnia di qualche aggettivo scurrile,
ma si lascia perdere se ad essere nominata in un contesto volgare è la madre di
Gesù.








