A fine luglio ho avuto il piacere di essere invitato ad Hammamet, in Tunisia, a presentare il mio ultimo libro, “L’ira nella palude”. È stata un’esperienza grata, che mi ha permesso di conoscere la città e una parte importante della variegata comunità italiana di questo paese africano. Per noi italiani la fama di Hammamet è stata per anni accomunata al nome di Bettino Craxi, che qui spese gli ultimi anni della sua vita, ma percorrendo le sue vie e conversando con i residenti si scopre che questa località ha accolto nel secolo passato altri ospiti illustri: Paul Klee, Elsa Schiaparelli, Jean Cocteau, Andrè Gide, Frédéric Mitterrand tra gli altri, nonché il facoltoso filantropo romeno Gheorge Sebastian che ha lasciato in città un’impronta permanente. Winston Churchill, ospite dell’hotel Les Orangers, ha cercato qui la pace necessaria per staccarsi dalla politica e dedicarsi alla pittura e scrivere le sue memorie.
Hammamet dispone di clima e
spiagge meravigliose, oltre alla storica medina, che è poi l’anima del luogo.
Al di là delle offerte commerciali di rito, preparate con cura per uso e
consumo dei turisti, la medina offre spaccati di vita e indicazioni sulla
cultura locale. I pesci scacciamalocchio dipinti sulle pareti o i simboli
marcati su ogni porta di casa, che raccontano storie famigliari, sono un paio
dei tratti alla vista di tutti. Basta solo allontanarsi un poco dagli itinerari
delle botteghe per respirare l’aura originale della medina, avvolta nel
silenzio e nella quiete. Talvolta, voci di donne o i sapori della cucina
impregnati di harissa, traspirano dalle case. Fuori dalle mura, l’ambiente
muta. Regna uno scompiglio organizzato, poco comprensibile al visitatore occasionale,
ma comune qui come altrove nel mondo arabo.
Hammamet ha visto insediarsi nel
corso dei secoli Fenici, Cartaginesi, Romani, Arabi, Turchi e Francesi. Oggi è
il buen retiro di almeno settemila italiani che hanno trovato non solo una pur
comoda agevolazione fiscale, ma anche la possibilità di poter vivere l’età
pensionabile in maniera leggera. Si riscoprono i ritmi lenti, con le mattinate
nei caffè che guardano al Mediterraneo, il tardo pomeriggio sui lidi e le
serate nei club a competere nel burraco. L’Italia, per molti, è diventata
sinonimo di disillusione. Tra i nostri compatrioti aleggia la sensazione di aver
lasciato un Paese a cui è stato dato tutto e che, in cambio, ha restituito poco
o nulla. Si seguono sempre le vicende della penisola ma con distacco, come se il
corso degli eventi ormai appartenga a un mondo dal quale ci si è tirati fuori
appena in tempo.
Nessun commento:
Posta un commento