“L’aggressione russa all’oppresso ottomano” fu il pretesto, centosettanta anni fa, perché il Regno di Sardegna approntasse una spedizione in Crimea. Di scuse, per mettersi nei guai, se ne trovano sempre. Oggi, quel conflitto da molti dimenticato, rivive amplificato dai proclami guerrafondai di certi ambienti politici avvezzi al potere fine a se stesso. Per chi è di Torino, come me, invece, la Crimea è sempre stata presente grazie ad una toponomastica stradale estesa e dettagliata sul tema. Girando per il capoluogo piemontese ci imbattiamo nella centralissima via Cernaia e ancora a piazza Crimea con il relativo obelisco in ricordo dei caduti, via La Marmora (Alfonso, comandante del contingente sabaudo), corso Sebastopoli. Inoltre, un piccolo borgo a ridosso del Po, gioiello architettonico di palazzine liberty ed eclettiche, è oggi uno dei quartieri più esclusivi di Torino, il quartiere Crimea, appunto.
Ma cosa ci siamo andati a fare in
Crimea? La guerra di Crimea nasce soprattutto per dare una lezione allo zar,
tanto per cambiare. All’origine c’è la contesa tra Napoleone III e Nicola I su
chi dovesse controllare i luoghi sacri della cristianità in Palestina: i monaci
cattolici o quelli ortodossi. Un braccio di ferro che culmina con una prova di
forza della marina francese che obbliga i Turchi, che controllano il Medio
Oriente, ad accettare l’ultimatum napoleonico. La Russia, a quel punto, non ci
sta e occupa militarmente Moldavia e Valacchia. L’escalation continua colpo su
colpo, fino a giungere alla mobilitazione dei britannici a fianco dell’Impero
Ottomano. Francia e Inghilterra entrano quindi nel Mar Nero. Un pretesto
secondario, insomma, scatena il finimondo. La paura è che “il grande malato”,
l’impero Ottomano, venga spezzettato e i russi possano penetrare nei Balcani e
controllare il Bosforo e, di conseguenza, l’accesso al Mediterraneo.
Vittorio Emanuele II non vuole
restare a guardare. Ha da poco combattuto la sfortunata Prima Guerra
d’Indipendenza e, sostenuto dal conte di Cavour, comprende che in quel
particolare momento c’è bisogno di riconoscimento internazionale e di
dimostrare alla rivale Austria, che tentennava sulla posizione da tenere in
quel conflitto, che il piccolo regno può contare sull’appoggio delle grandi
potenze. Il Regno di Sardegna entra in guerra e lo fa in una fase già avanzata,
nell’aprile 1855, mandando un contingente di 18.000 soldati (piemontesi, sardi,
liguri e savoiardi) che si attestano alle porte di Sebastopoli. Ad attenderli
trovano un tempo da cani (prima l’afa e poi la neve), le pulci, le zanzare, il
colera, il tifo. Intanto, in Europa la guerra di Crimea mitificata da una serie
di articoli dal campo di battaglia. I giornalisti in prima linea assicurano
storie succose per l’opinione pubblica in patria, determinando non solo eroi e villani,
ma dispensando anche consigli di moda (lord Cardigan offrirà un capo di
successo) e storie strappalacrime, come il sacrificio dell’amazzone lady
Campbell. La sottile linea rossa citata dal giornalista William H. Russell o la
carica dei Seicento immortalati dal poeta Tennyson entrano a fare parte della
cultura popolare. Tolstoj, artigliere dell’esercito russo, scriverà sulla
vicenda e gli orrori della guerra “I racconti di Sebastopoli”. I pittori si
sbizzarriscono. Yvon, Barrias, Simpson, Induno: ogni nazione coinvolta partecipa
all’iconografia militare apportando gesta eroiche per il proprio bando.
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