giovedì 12 marzo 2026

Italiani: popolo di santi, poeti e bestemmiatori

Una delle prime espressioni in lingua volgare italiana recita così: “Fili de le pute, traite!”. È l’iscrizione trovata nella Basilica di San Clemente al Laterano, a Roma, e risale alla fine dell’XI secolo. Oggi, si può tradurre in questa maniera: “Figli di puttana, tirate!” ed è parte di un dialogo tra alcuni servi e San Clemente, dove l’uso del volgare coinvolgeva la plebe e il latino, ancora considerata lingua dotta, espressa dal santo. Di parolacce ne ha scritte anche Dante nella sua Commedia, dai papi corrotti che “puttaneggiano” con i re, al guelfo Alessio Interminei “col capo sì di merda lordo”, facendoci capire che anche nel Medioevo gli insulti erano all’ordine del giorno.

Il vituperio, quindi, era già parte del nostro patrimonio culturale agli albori della nostra lingua nazionale. E ha continuato a radicarsi nel corso dei secoli spingendosi oltre, fino a darci il primato di popolo più blasfemo d’Europa. Lo dicono le ricerche e lo dicono le statistiche. Ce la prendiamo con i santi e la madonna, almeno una quindicina di volte al giorno, ma più per tradizione che per la reale intenzione d’offendere.

Gli altri europei, quando visitavano il nostro Paese, spiegavano questa nostra tendenza come proveniente direttamente dal demonio. Nel XVII secolo la lingua italiana era percepita all’estero come veicolo di seduzione, tanto che si riteneva che il diavolo si fosse rivolto a Eva in italiano per indurla a cogliere la mela (così come il virtuoso Adamo parlava francese o spagnolo a seconda delle fonti). Agli stranieri, l’italiano appariva come la lingua della perdizione, asserzione confermata da chi si avventurava nei viaggi che, in quell’epoca, iniziavano a prosperare verso la penisola italica. Gli stranieri si perdevano nella traduzione, accolti com’erano da una valanga di lingue regionali e dialetti e dalla tendenza all’-issimo che piagava le narrazioni locali. Tra cui, appunto, spiccava il linguaggio forbito. In tempi recenti, la blasfemia è apparsa un po’ ovunque nella nostra letteratura, da Pasolini a Eco, da Tondelli a Nanni Balestrini, dalla Maraini alla Fallaci. A loro, il compito di immortalare sulla pagina scritta personaggi che enfatizzano e lo fanno nella maniera più popolare, quindi bestemmiando. 

Si è cercato di dare una spiegazione socioculturale a questa peculiare tendenza, tra cui spicca la tesi della nostra vicinanza geografica alla Santa Sede che, per secoli, ha stuzzicato l’anima laica degli italiani. Soprattutto per i toscani, vicini scomodi e anticonformisti, la blasfemia sarebbe diventata un intercalare necessario per dimostrare e confermare più volte al giorno il radicato anticlericalismo. A conti fatti, però, sono i veneti quelli che bestemmiano di più, mentre ne risultano quasi immuni i sardi.

In Italia è ancora oggi illegale bestemmiare, anche se dal 1999 è considerato un illecito amministrativo e non un reato, da cui però sono esclusi la Madonna e i santi, venerati sì ma non paragonabili al Dio della religione cattolica. Un caso che vediamo nei campi di calcio, dove si rischia un’ammonizione se si cita Dio in compagnia di qualche aggettivo scurrile, ma si lascia perdere se ad essere nominata in un contesto volgare è la madre di Gesù.

Italiani: popolo di santi, poeti e bestemmiatori

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