martedì 24 novembre 2020

Vita e morte dell'artista: mezzo secolo fa, il suicidio di Mishima

 


Il 25 novembre 1970 era il giorno prescelto. Yukio Mishima, ossessionato dalla perfezione e dai dettagli, aveva preparato con cura la sua uscita di scena. La mattina aveva messo in una busta diretta all’editore il suo ultimo romanzo, quel “La decomposizione dell’angelo” che chiudeva la quadrilogia “Il mare della fertilità” e si era quindi diretto verso il suo destino. Accompagnato dalla propria milizia (la Tate no Kai, la Società degli Scudi), si era avviato ad occupare il ministero della Difesa dove, preso in consegna un generale, obbligava i militari ad ascoltare un accorato discorso perché venisse ristabilita la Costituzione del 1947 e restituire così all’imperatore il suo potere.

“Che esercito è mai questo che non ha valori più nobili della vita? Ora testimonieremo l’esistenza di un valore superiore all’attaccamento alla vita. Questo valore non è la libertà! Non è la democrazia! È il Giappone! È il Giappone, il Paese della storia e delle tradizioni che amiamo.”

Colpo di Stato? No. Mishima sapeva che non sarebbe stato ascoltato. L’intero piano è parte di un copione pensato e scritto già da diverso tempo. Le sue parole, come ha previsto, non vengono prese sul serio. La tensione e il dissenso si spargono nel cortile, nel pubblico composto dagli stessi militari che più volte si erano fatti beffe di lui. Com’era da aspettarsi, ottiene solo risa, mugugni, disinteresse. Non resta che essere coerenti, morire seguendo la logica che lo ha accompagnato per tutta la vita. Si ritira dalla balconata, prende la sua katana, torna nell’ufficio del comandante, si siede sul tappeto e si apre il ventre, seguendo l’antico rituale dei samurai. La scena del seppuku è cruenta: Mishima si sventra, mentre un assistente, Hiroyasu Koga, seguendo il rito che indica che il volto del suicida non debba mostrarsi contratto dal dolore, gli mozza la testa. La stessa sorte tocca al suo migliore allievo, Masakatsu Morita, di cui si diceva fosse amante. Le due teste mozzate vengono quindi adagiate sul pavimento. È lì che le trova la polizia.

Mishima aveva 45 anni. Due anni prima era stato candidato al Nobel per la letteratura, superato nel giudizio dal connazionale e maestro Yasunari Kawabata che ebbe a dire: “Non so perché mi abbiano dato il Nobel quando esiste Mishima. L’umanità produce un genio letterario come il suo solo ogni due o tre secoli”. Mishima era un mare in tempesta. Non solo nella vita privata e pubblica, ma anche nella sua opera, composta da trentaquattro romanzi decine e decine di saggi, racconti, teatro. Nato il 14 gennaio 1925 come Kimitake Hiraoka, aveva pubblicato la sua prima opera nel 1941, ma è nel 1949 con “Confessioni di una maschera” che si fa conoscere in patria e all’estero. Il libro, pubblicato in Italia da Feltrinelli, attira l’attenzione su una letteratura, quella giapponese, rimasta al margine dell’interesse internazionale. Quella di Mishima è la voce di un paese in ricostruzione, distrutto dalla guerra, ma è una voce fuori dal coro, che non si concede al futuro e al nuovo stato delle cose, ma che perora l’idea di un Giappone autentico. Nel paese è in atto una pericolosa contaminazione destinata a sconvolgere l’anima nipponica.

Mishima, dicevamo era un tornado. La sua sessualità –“Confessioni di una maschera” non è altro che il resoconto dell’evoluzione della sua omosessualità-, l’ideale conservatore, i suoi gesti simbolici (l’apprendimento del kendo e dell’antica arte dei samurai), la fondazione di un gruppo paramilitare lo presentano come un personaggio che poco somiglia alla classica figura dello scrittore chino sui libri.

Tacciato dalla nostra critica sbrigativamente come vicino al fascismo, Mishima incarnava invece l’ideale del Giappone tradizionale, stravolto dalla sconfitta subita nella Seconda guerra mondiale e spinto dai nuovi alleati a un processo di occidentalizzazione coatto. Lo scrittore voleva salvare il Giappone, la sua anima millenaria che andava dissolvendosi e lo faceva non solo attraverso i suoi gesti estremi, ma ne fissava il suo antico splendore su carta. I suoi libri sono un omaggio e un grido di riscatto di un paese che si è piegato al vincitore, assorbendone i valori e il modo di vita. Il Giappone reale scompare, nasce ora un’imitazione. Riferendosi all’ambito letterario, è la stessa cosa. Nell’ultima intervista concessa pochi giorni prima della morte disse: “A partire da oggi, non ci saranno più autori che si esprimeranno con la lingua dei nostri classici”.

Il senso della tragedia, della dissoluzione, non ci abbandona mai mentre leggiamo Mishima. La soluzione letteraria di certe sue pagine risultano così difficili da sostenere, soprattutto quando questa soluzione sappiamo come si sia espressa nella realtà. È il caso del monaco Mizoguchi che ne “Il Padiglione d’oro” conclude la sua vita con un gesto estremo; o come nell’ultima opera, “La decomposizione dell’angelo”, la cui data simbolica del 25 novembre 1970 appare a suggellare drammaticamente la parola fine della vita e dell’opera letteraria di Mishima. Opera che a distanza di mezzo secolo rimane attuale ed è capace di sorprenderci nella sua visione drammatica di un mondo che va in frantumi.

 

In musica: Dead and Night and Blood, The Stranglers, “Black and White”, United Artists, 1978.


mercoledì 18 novembre 2020

La genesi della manticora: i 50 anni di Emerson, Lake & Palmer

 

Tra gli ultimi anniversari musicali dell’anno – quelli pesanti, che segnano il passo del mezzo secolo- c’è la ricorrenza dell’uscita, il 20 novembre del 1970, del primo album del trio Emerson, Lake & Palmer. Pur non essendo mai stato un grande fan del genere, l’esperimento di fondere il classico con il profano (come era vista all’epoca l’operazione di arricchire il rock attingendo dal repertorio della musica classica) va considerato come coraggioso e, in un certo senso, temerario. Lake e Palmer avevano abbandonato le tranquille acque di un pacifico possibile avvenire (il primo con i King Crimson, il secondo con gli Atomic Rooster) per seguire il progetto, già iniziato con i Nice, di Keith Emerson: contaminazione, espressione, creazione di una via classica del rock. Al tempo la critica definiva Emerson “l’Hendrix delle tastiere” e perché no? In fondo, il tastierista fungeva da orchestra, da solista, da compositore e aveva introdotto nell’ambiente progressivo il moog, il clavinet, l’hammond. Pura alchimia, per quel tempo e come alchimia veniva spesso trattata. John Peel ebbe a dire, all’indomani del debutto a Wight del trio la famosa battuta: “uno spreco di talento ed elettricità”.

Sul talento, non ci piove. Keith Emerson non aveva mai compiuto studi classici, non aveva mai studiato dentro le mura del conservatorio. Autodidatta all’inizio, poi a lezione privata da una pianista dall’anonimo cognome di Smith, imbottisce le sue composizioni originali con estratti da Bartok, Janacek, Ginastera, Bach, Copland, tanto per citare alcuni. La band addirittura reinterpreta la suite “I quadri da un’esposizione” di Mussorgsky, dedicandole un disco completo, operazione fino ad allora mai tentata e ostacolata a lungo dalla casa discografica. La scommessa era: fino a dove poteva spingersi la musica rock?. Per farlo, gli EL&P scomodavano la musica colta, quella classica per intenderci, fondendo fughe, toccate, rondò e bolero con i quattro quarti e i ritmi serrati del rock. Il primo album omonimo è il perfetto biglietto da visita sin dai primi solchi. “The Barbarian”, infatti, è una trasposizione di “Allegro barbaro” di Bela Bartok, ma le citazioni si susseguono per tutta la durata del disco, alternate alla vena compositiva di Greg Lake che, con “Take a Pebble” e l’ormai leggendaria “Lucky Man”, danno a “Emerson, Lake & Palmer” ritmo narrativo e tempi perfetti. Siamo lontani –e per fortuna- dalla monumentalità di “Tarkus” e “Brain Salade Surgery”. Qui, le idee vengono esposte con garbo, non si cade nel barocco e nella quantità estrema dei dettagli che rappresenteranno il precipizio su cui cadranno, pochi anni dopo, quasi tutti i grandi nomi del prog. Aneddoto: chi era ragazzino a quei tempi, come me, ricorderà la parte finale di “Tank” come sigla della trasmissione “Stasera G7”, che contribuì a far conoscere il gruppo in Italia.

Non poteva durare molto. La parabola degli EL&P si protrae per quattro-cinque anni, con sei album, di cui due dal vivo. Il virtuosismo divenne presto ripetizione fine a se stessa, fino a bruciare ogni risorsa della band. D’altronde, non era facile restare artisticamente a galla negli anni Sessanta e Settanta che consumavano con frequenza serrata mode, esperimenti e passioni pure. EL&P si spegne con una sciagurata svolta commerciale e come l’eroe di “Lucky Man”: “no money could save him, so he laid down and he died”.

sabato 14 novembre 2020

Il mojito: come preparare il cocktail dei pirati

 

Il mojito è un cocktail originario di Cuba che può vantare una storia gloriosa, contrassegnata da leggende, aneddoti, storie particolari. Intanto, non ci sarebbe mojito, senza Bodeguita del Medio. Il locale, aperto nel 1942 da Angel Martínez en la calle Emperador, ha attirato clienti famosi da tutto il mondo: Picasso, Neruda, Erroll Flynn, Gabriela Mistral, Agustín Lara, tanto per citarne alcuni, hanno applicato la propria firma sull’album dei visitatori. Uno in particolare, però, ha reso famoso il mojito, di cui era regolare ed entusiasta consumatore: Ernest Hemingway. “Mi Daiquiri en El Floridita, mi Mojito en La Bodeguita” avrebbe detto lo scrittore, esperto conoscitore dei bar di L’Avana.

L’origine del cocktail si perde ai tempi della colonia spagnola, quando all’aguardiente tratta dalla canna da zucchero si aggiungeva zucchero, lima e menta. L’inventore di questa miscela sarebbe stato Richard Drake, un corsaro inglese al seguito del più famoso Francis Drake, terrore degli spagnoli: lo beveva per tenere lontano lo scorbuto, per mantenere lo spirito leggero e per contrastare il caldo soffocante dei Caraibi. Successivamente, consolidata la produzione del rum bianco a Cuba, questo liquore sostituì la grezza acquavite e si assegnò anche un nome al cocktail. Mojito deriverebbe dall’inglese mojo parola che indicava alcuni punch di frutta e liquore (niente a che vedere con Jim Morrison, quindi). Questa però è solo la più accreditata delle ipotesi.

Veniamo alla preparazione, ingredienti per una persona. Prima di tutto mettete zucchero (due cucchiaini) e menta piperita (8 foglie) in un recipiente, pestate la menta piperita e passate a un bicchiere aggiungendovi il limone (30 ml). Mischiate bene e triturate il più che potete la menta. Quindi, rum bianco a vostra discrezione (Bacardi o Flor de Caña), acqua minerale (normalmente il doppio di quanto avete versato di rum) e ghiaccio. Mettete sul piatto “Buena Vista Social Club” e godetevi il vostro mojito.

venerdì 6 novembre 2020

Libri a teatro: è a Buenos Aires la più singolare libreria del mondo

 


Qual è la più bella libreria in America Latina? Il National Geographic non ha dubbi, The Guardian e lo spagnolo ABC nemmeno e tutti citano l’Ateneo Grand Splendid di Buenos Aires. A cosa si deve tanta sintonia? Al fatto che la libreria è ospitata all’interno di un antico teatro. Dove opera lirica, drammaturgia, tango hanno amenizzato le notti dei capitalini per decenni, oggi si leggono libri, si beve caffè e si conversa a sottovoce cercando un titolo da comprare e portare a casa. Il Grand Splendid, questo il nome del teatro, aprì i battenti nel 1919 nel quartiere della Recoleta –al civico Santa Fe 1860- ed ebbe subito un protagonista d’eccezione, Carlos Gardel. Qui, l’inventore del tango registrò vari pezzi, ma la sala d’incisione, pur esistendo ancora, è oggi chiusa al pubblico. Costruito con quattro file di palchi e con una capacità di 500 persone, il teatro ospitò presto nei suoi spazi una radioemittente (Radio Splendid) e quindi la sala di registrazione per conto della Nacional Odeón. Nel 1929, Gardel fece la sua prima trasmissione radiofonica cantando e suonando i suoi tanghi per il pubblico argentino. Il teatro divenne un pezzo di storia di Buenos Aires, resistendo al passo dei tempi fino all’avvento del nuovo millennio. 

La trasformazione a libreria, voluta dal gruppo Ilhsa, avviene nel 2000 con una ristrutturazione mirata che ha mantenuto intatta la bellezza e l’origine del luogo. Arte, letteratura, teatro si sovrappongono oggi nella maestosità della cupola (dipinta dal marchigiano Nazareno Orlandi), nella struttura dell’ordine dei palchi, nella successione dei volumi che regalano al visitatore un’esperienza incredibile. Perfino il palco è stato mantenuto intatto e serve come sala di lettura, frequentatissima. Anche i numeri della libreria servono per dare un’idea della sua particolarità: 120.000 copie di libri alla vista dislocati su tre piani su una superficie totale di 2000 metri quadrati.

Italiani: popolo di santi, poeti e bestemmiatori

Una delle prime espressioni in lingua volgare italiana recita così: “Fili de le pute, traite!”. È l’iscrizione trovata nella Basilica di San...