domenica 30 marzo 2025

Due parole sul decreto cittadinanza

La notizia ha fatto in fretta il giro del mondo e l’ha fatto perché l’Italia è una madre feconda che ha lasciato figli un poco ovunque. Mano a mano che si è diffusa ha procurato sorpresa, confusione. Ma vediamo cosa è successo. Il governo Meloni, con fretta inusitata, ha emanato un decreto cittadinanza dove cambia le norme che hanno regolato finora i criteri per l’ottenimento della cittadinanza italiana. In sintesi: gli italo-discendenti nati all’estero saranno automaticamente cittadini solo se avranno un genitori o un nonno nato in Italia. Stop alla ricerca di bisnonni e avi nelle anagrafi e nelle parrocchie, le storie personali dei nostri migranti non interessano più, e ancora meno il riscatto delle generazioni successive che, nelle radici italiane, trovano orgoglio e senso di appartenenza.  


Il decreto legge nasce dall’indifferenza e da calcoli politici ed è un decreto che spiega anche ciò che eravamo ed oggi non siamo più, quel popolo che praticava la solidarietà, che non dimenticava il sacrificio di chi aveva dovuto lasciare dietro sè gli affetti e la patria. Oggi, dobbiamo considerare che agli italiani, quelli che vivono nella penisola, importa poco o nulla del destino di chi ha dovuto separarsi dalla propria patria. Anzi, qualche politico li ha anche tacciato di “traditori” scesi dalla barca lasciando il Paese al proprio destino. L’opportunismo di certi personaggi non conosce limiti. L’altra faccia della medaglia infatti ha tinte sobrie, meste. Un Paese che non ha offerto opportunità ai propri cittadini, obbligandoli a scelte estreme, è una nazione fallita. O come consideriamo oggi, nel nostro comodo salotto perbenista quelle nazioni da cui provengono gli immigrati che premono alle nostre frontiere? Non siamo molto diversi.

I discendenti degli italiani sono quelli che ci mettono la faccia ogni giorno, all’estero, per un Paese che, a volte, non conoscono nemmeno. Lo fanno con una passione che i cittadini residenti in Italia non dimostrano perché non hanno mai provato sulla propria pelle i sacrifici di chi è emigrato. Essere italiani è un privilegio, ma molti italiani questo privilegio lo calpestano ogni giorno con condotte indegne che vanificano il lavoro di chi, da fuori, promuove l’immagine di un’Italia sana, accogliente, cordiale. Una pubblicità a costo zero, che vale molto più degli spot insulsi preparati dagli ultimi governi per vendere all’estero il “prodotto” Italia. Senza entrare nel contesto politico e nella scelta che l’ha reso operativo (ci sarebbe molto da dire anche sulle altre modifiche indicate nel decreto) questo provvedimento è uno spartiacque doloroso.  

Non dobbiamo però dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Se avete tempo, leggete queste poche righe di “Sull’oceano” di Edmondo de Amicis (siamo nel 1889), resoconto in diretta su chi si imbarcava sui bastimenti della speranza perché il proprio Paese, egoista e mal governato, li aveva ridotti alla fame:

La maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria. C’eran bene di quei lavoratori avventizi del Vercellese, che con moglie e figliuoli, ammazzandosi a lavorare, non riescono a guadagnare cinquecento lire l’anno, quando pure trovan lavoro; di quei contadini del Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull’altra riva del Po a raccogliere tuberose nere, con le quali, bollite nell’acqua, non si sostentano, ma riescono a non morire durante l’inverno; e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia che per una lira al giorno sudano ore ed ore, sferzati dal sole, con la febbre nell’ossa, sull’acqua melmosa che li avvelena, per campare di polenta, di pan muffito e di lardo rancido. C’erano anche di quei contadini del Pavese che, per vestirsi e provvedersi strumenti da lavoro, ipotecano le proprie braccia, e non potendo lavorar tanto da pagare il debito, rinnovano la locazione in fin d’ogni anno a condizioni più dure, riducendosi a una schiavitù affamata e senza speranza, da cui non hanno più altra uscita che la fuga o la morte. C’erano molti di quei Calabresi che vivon d’un pane di lenticchie selvatiche, somigliante a un impasto di segatura di legna e di mota, e che nelle cattive annate mangiano le erbacce dei campi, cotte senza sale, o divorano le cime crude delle sulle, come il bestiame, e di quei bifolchi della Basilicata, che fanno cinque o sei miglia ogni giorno per recarsi sul luogo del lavoro, portando gli strumenti sul dorso, e dormono col maiale e con l’asino sulla nuda terra, in orribili stamberghe senza camino, rischiarate da pezzi di legno resinoso, non assaggiando un pezzo di carne in tutto l’anno, se non quando muore per accidente uno dei loro animali. E c’erano pure molti di quei poveri mangiatori di panrozzo e di acqua-sale delle Puglie, che con una metà del loro pane e centocinquanta lire l’anno debbon mantenere la famiglia in città, lontana da loro, e nella campagna dove si stroncano, dormono sopra sacchi di paglia, entro a nicchie scavate nei muri d’una cameraccia, in cui stilla la pioggia e soffia il vento. C’era in fine un buon numero di quei vari milioni di piccoli proprietari di terre, ridotti da una gravezza di imposta unica al mondo in una condizione più infelice di quella dei proletari, abitanti in catapecchie da cui molti di questi rifuggirebbero, e tanto miseri, che “non potrebbero nemmeno vivere igienicamente, quando vi fossero obbligati per legge.” Tutti costoro non emigravano per spirito d’avventura.

lunedì 3 febbraio 2025

"L'ira nella palude", crimini tra le mangrovie

In Costa Rica, e in tutta l’area centroamericana, esistono storie nascoste, a volte insabbiate, a volte passate in silenzio, legate alla terra. I profitti che circolano attorno alla proprietà di grandi estensioni hanno creato conflitti che sono lungi dall’essere risolti. Da una parte ci sono le comunità autoctone, dall’altra interessi privati che vorrebbero trarre i propri personali benefici. Due modalità di vita agli opposti, che contrappongono chi cerca comunione ed equilibrio con la natura e chi, al contrario, ritiene che l’ambiente sia da controllare e sfruttare. Un conflitto che, mano a mano che i toni sono diventati esacerbati, si è fatto cruento e dove, come da copione, sono gli indigeni a farne le spese. L’Onu stessa, per quanto valga oggi la sua opinione, si è pronunciata perché gli omicidi dei leader locali non rimangano impuniti. Poi, che queste notizie non giungano all’opinione pubblica dipende da vari fattori, il principale il disinteresse che il giornalismo mainstream ha decretato per questo tipo di vicende che, è evidente, non attraggono pubblico e lettori. 

Eppure, mettere nero su bianco significa dare una dimensione alle cose. Se un fatto non appare, non esiste; in qualche modo bisogna parlarne. Trasportare la cronaca nel campo del genere noir mi è sembrato quasi un atto doveroso ed è così che è nato “La ira en el manglar”, scritto in origine in spagnolo e pubblicato da Uruk Editores e quindi tradotto in italiano, dove ha preso il nome di “L’ira nella palude” per i tipi di Neos Edizioni. https://maledettitropici.blogspot.com/2023/08/la-ira-en-el-manglar-una-novela-para-el.html 

La trama. Nei primi anni Novanta, il Costa Rica fu scosso da un fatto di cronaca che venne indicato dai mezzi d’informazione con il nome di “crimen del Guacimal”. Una vicenda di cronaca nera dalle tinte fosche, accaduta in tempi non sospetti in quanto a problematiche ambientali, nel contesto seducente ed insidioso di un bosco di mangrovie. Il fatto era insolito. Si parlò per la prima volta di un crimine ecologico, della ribellione della natura contro chi ne violava le sacre regole e dell’esclusività dell’inedito movente. Negli anni successivi, dopo aver letto gli sviluppi e i dettagli della storia, si è fatto impellente l’interesse per romanzare questa vicenda al contrario, dove la natura non è più un agente passivo, arrendevole, che si può plasmare a proprio piacimento, ma un’entità viva, capace di influire nell’animo delle persone, realizzando in questa maniera il suo proposito di difendersi da chi l’attacca. L’ira che si impossessa della palude.

https://neosedizioni.it/libri/narrativa/nero-co/lira-della-palude/

sabato 28 dicembre 2024

La storia dietro gli angeli con l'archibugio

Angeli e arcangeli, protettori ma all’occasione anche vendicatori, ornati d’oro, armati di archibugi e pomposamente vestiti di broccato sono una delle espressioni più conosciute dell’arte figurativa peruviana. Los ángeles arcabuceros vengono oggi copiati e venduti in serie ai turisti, riprendendo una corrente pittorica che si è sviluppata nella regione di Cuzco nella seconda metà del XVII secolo. La loro storia è peculiare. Al momento della loro creazione questi dipinti erano considerati strumenti di propaganda per consolidare agli occhi degli autoctoni il peso e il potere della religione cattolica. Bisognava sostituire gli elementi naturali come il sole (inti), il fulmine (illapa), la luna (quella) e tutti i fenomeni naturali con i simboli religiosi cristiani. Ad adempiere a questo compito vennero chiamati i gesuiti, la cui visione dell’arte era intesa come strategia di evangelizzazione. E infatti, fu un gesuita italiano, marchigiano per l’esattezza, a impulsare e consolidare in Perù l’arte figurativa.  

Nato a Camerino nel 1548 Bernardo Bitti, viene mandato ragazzino a Roma per studiare pittura. A venti anni entra nella Compagnia di Gesù e quando l’ordine riceve dal Nuovo mondo la richiesta di un pittore per il viceregno del Perù, i suoi superiori lo mandano a Lima. Bitti vi giunge nel 1575, a ventisette anni quando il vicerè dell’immensa regione è il bacchettone e spietato Francisco de Toledo, diventato poi famoso con il soprannome di ¨supremo organizador¨. Toledo, che è espressione estrema del giogo coloniale, prima di tutto fa fuori gli ultimi inca ribelli rimasti (è lui che manderà ad impiccare Tupác Amaru), poi consolida la mita, il sistema di lavoro obbligatorio che mantenne per secoli gli indigeni andini sotto schiavitù. Non ultimo, instaura il primo tribunale dell’Inquisizione d’oltreoceano. Un bel tipo, insomma. Sotto di lui e con la collaborazione dei religiosi (gesuiti e domenicani), impone la propaganda cattolica attraverso l’arte. Santi, madonne, profeti, scene di miracoli imbiancano i muri e le tele nelle chiese e nei conventi, nelle piazze e nei luoghi dell’amministrazione pubblica, a testimoniare il potere religioso e politico degli Spagnoli. Bitti fa parte del manipolo di artisti europei chiamati ad assolvere a quel compito. Lo fa con ardore e con prolificità. Per otto anni rimane a Lima poi, nel 1583, si sposta a Cuzco. Bitti lavora non solo nell’antica capitale incaica, ma su buona parte dell’arco andino:  a Juliapa, Puno, Chuquisaca e Arequipa prima di tornare a Lima per morirvi nel 1610. Nell’arco dei trentacinque anni trascorsi in Perù ha tutto il tempo non solo di evangelizzare, come i suoi superiori gli avevano intimato, ma di insegnare l’arte pittorica –fortemente influenzata dal manierismo- a una manciata di allievi di estrazione indigena. Il risultato è uno stile singolare che fa spesso a pugni con la prospettiva, ma che introduce la singolarità di elementi paesaggistici e culturali legati all’ambiente andino ed amazzonico. Più ci si allontana nel tempo dagli insegnamenti di Bitti e più i pittori di Cuzco si addentrano in quella che diventa la peculiare Escuela Cuzqueña, tra madonne indigene ed arcangeli vestiti da nobili spagnoli, con sacro e profano a confrontarsi sulla stessa tela. Lontano dagli occhi dei gesuiti e, di conseguenza, dal loro controllo, i colori si fanno più vivaci ed i particolari minuziosi.


L’associazione tra il nobile spagnolo e l’immaginario religioso diventa indissolubile e nella seconda metà del XVII secolo cominciano ad apparire gli arcangeli con l’archibugio, nella zona di Calamarca, nelle vicinanze di La Paz, in Bolivia. Il genere ha successo, al punto che giungono commissioni da tutta l’America dell’arco andino e fino alla pampa argentina. A Lima e a Cuzco sorgono botteghe specializzate proprio sul tema degli arcangeli armati, che diventano comuni nelle case patrizie e nei luoghi di culto. Le richieste si fanno sempre più esigenti e presto ai colori ad olio si aggiunge l’oro, a definire non solo i particolari più importanti del dipinto, ma anche le cornici, pregiate e preziosissime. Quella che doveva essere un’arte povera, nata dagli indigeni che volevano esprimere il loro contatto con il nuovo ambito religioso, diventa manifestazione di ricchezza destinata ad arredare le case signorili della borghesia latinoamericana.

lunedì 23 settembre 2024

La Madonna di Citerna: a tu per tu con l'opera d'arte

Non c’è nessuno alle tre del pomeriggio a Citerna. Forse è il caldo, forse è l’ora che invita a rinchiudersi nell’ombra delle case. Dal convento di Santa Elisabetta fa capolino una suora africana: “Ma non c’è nessuno?” chiedo e lei risponde di no, è un’ora scomoda. In fondo, siamo ad agosto. Citerna si trova nell’Alto Tevere, nella provincia di Perugia, Umbria. Di fronte c’è Monterchi, provincia di Arezzo, Toscana. La linea tra le due regioni è sospesa nell’aria, non si vede ma c’è e si sente soprattutto negli accenti di chi abita nei due paesi. Una manciata di personaggi hanno innalzato il borgo a incrocio di storia e storie: il Pomarancio, Vincenzo Vitelli, San Francesco che qui fece due miracoli, Giuseppe Garibaldi con la morente Anita. E poi Donatello, del quale non si sa se effettivamente sia arrivato fin quassù, ma di cui esiste una Madonna gelosamente custodita dai paesani.

La chiesa è quella di San Francesco, nella via principale, che servì da ospedale nel 1849 ai repubblicani romani in fuga con Garibaldi. Alle pareti un Ciburri, il Pomarancio, Raffaelino del Colle e, in un affresco, due angeli attribuiti a Luca Signorelli. I patrioti si curarono dalle ferite degli austriaci -o perirono- sotto lo sguardo pietoso di arcangeli, santi e madonne. Quella di Donatello è in una cappella chiusa a chiave, con quelle chiavi ottocentesche, dalle dimensioni da cancello del paradiso. Riposa a parte, la signora del luogo, perché non è a disposizione del pubblico non pagante e, inoltre, ha bisogno di un deumidificatore e di stare in pace.

Dopo tanti musei, l’incontro personale con l’opera d’arte pone nella giusta dimensione l’esperienza del fruitore. Diventa finalmente personale, intima. Lontani dall’affollamento che si trova nei musei, con la sovraesposizione ai capolavori, un tanto al metro quadrato, i telefonini che scattano a raffica, i selfie da decerebrati, la lassa ignoranza che regna sovrana, l’opera finalmente è un metro da te e parla. Nel silenzio e, soprattutto, nel contesto dell’ambiente originale, ci si arriva persino a immaginare l’autore che rifinisce i dettagli, che plasma le forme e i colori. L’esperienza è da provare.

La Madonna di Citerna è una scultura in terracotta alta un metro e quattordici centimetri e proprio queste dimensioni fanno pensare che Donatello, allora giovane scultore, avesse ricevuto la commissione da una famiglia nobile. Forse i Tarlati, che a Citerna hanno governato a lungo, forse i Vitelli, legati a questo feudo. La figura delicata della Vergine sostiene il Bambino dallo sguardo serio, proiettato verso il futuro che l’attende. È un’opera pregevole che a un certo punto non si sa come e quando, appare nella chiesa di San Francesco. Un parroco solerte ma a digiuno di nozioni artistiche ci mette mano e la fa ricoprire maldestramente di nuovi colori. Forse, proprio questa mimetizzazione la rendono di poco interesse, una delle tante opere che vengono depositate a riposare nelle nostre chiese. Solo nel 2001 l’occhio attento di una ricercatrice, Laura Ciferri, riconosce nella statua la mano di Donatello. Dopo sette anni di restauro presso l’Opificio delle Pietre Dure di Firenze la Madonna torna nel suo stato originale e viene riportata a Citerna. Una decisione saggia, che evita una volta tanto l’emorragia delle opere d’arte locali verso i grandi musei. L’opera che rimane nel suo ambiente, circoscritta al paese dove appartiene, è un oggetto parlante, è una testimonianza storica e non decontestualizzata nel composito contenitore del bacino museale. Smette di essere un oggetto inanimato, vive e respira, esalta le nostre emozioni.

https://www.citernaturismo.it/madonna-di-donatello/

lunedì 16 settembre 2024

Salieri e Mozart: una bufala che dura da due secoli

Ricorrono in questi giorni i quaranta anni dalla presentazione nelle sale cinematografiche dell’”Amadeus” di Milos Forman. Grande mistificazione, esercizio riuscito d’intrattenimento, il film oltre a vincere ben otto premi Oscar, rinvigorì la leggenda dell’avvelenamento di Mozart da parte di un astioso e invidioso Antonio Salieri. Niente di più lontano dalla verità, ma intanto Salieri da quel fatale 1984 si è guadagnato l’immeritata infamia di aver soppresso per sempre la voce del musicista più geniale del suo tempo.

Veneto di Legnago, eccellente compositore, Salieri dovette convivere con il talento di Mozart e subirne le glorie e il fascino senza, però, patirne più di tanto. Direttore del Teatro dell’Opera di Vienna a 19 anni, compositore della corte asburgica a 24, con alunni del calibro di Beethoven, Czerny, Schubert e Liszt, scelto dal neonato Teatro alla Scala di Milano per la prima rappresentazione in assoluto, Salieri godeva della massima stima dell’imperatore. Una posizione che significava anche onori a profusione. Mozart arriva a Vienna nel 1781 e la convivenza crea l’ambiente per una sana concorrenza, alimentata anche dal fine senso per la musica di Giuseppe II. Tutto qui. Abbondano però le malelingue. Forse il padre di Mozart, piccato per l’insuccesso di “Le nozze di Figaro”, forse il poeta Giovanni Battista Casti, cominciano a mettere in giro falsità. Alla morte di Mozart la situazione peggiora.  

Seriamente ammalato, cieco, Salieri passa l’ultimo anno e mezzo della sua vita in ospedale a Vienna e, sembra, si autoaccusi di aver procurato la morte di Mozart con un veleno. La storia prende piede e viene riportata da differenti fonti come veritiera. Era però un pettegolezzo che girava da tempo, se già nel 1822 Salieri rispondeva a Rossini che lo punzecchiava tra il serio e il faceto sul suo coinvolgimento nella morte di Mozart: “Le sembro un assassino?”. Ritornerà sull’argomento con il musicista ceco Ignaz Moscheles, che lo visita in ospedale quando ormai gli manca poco da vivere: “Posso in assoluta buona fede assicurare che in quella vicenda non c’è nulla di vero”. Salieri muore nel maggio 1825, ma non passa poco tempo che il drammaturgo Puskin fiuta l’intreccio drammatico della vicenda e compone “Salieri e Mozart” –titolo provvisorio: “Invidia”, una cosina da 231 versi-, proponendo al pubblico la leggenda dell’avvelenamento che fino a quel momento era rimasta relegata nei circoli musicali. Finita qui? No, perché nel crepuscolo dell’Ottocento, Rimsky Korsakov pensa bene di trasformare il canovaccio puskiniano addirittura in un’opera. Lo fa inserendo. con tocco da maestro. la storia dello sconosciuto che commissiona il Requiem a Mozart. Dettagli che poco a poco creano un’opera di fantasia che l’inglese Peter Shaffer riprende nel 1979 per il teatro. Da lì, il passo al grande schermo con “Amadeus”.


Il regista Forman avvisa nelle interviste che si tratta di una libera interpretazione, una fantasia sulla relazione tra Salieri e Mozart. Ma non è abbastanza. La bufala prende piede e per più di un ventennio dall’apparizione del film, Salieri viene additato come il musicista invidioso che provocò la morte di Mozart. L’idea è morbosa, adatta al grande pubblico, che si ciba di sensazionalismo. Bufala storica a cui molti credono e pochi sdoganano per quello che è, una storiella da cinema. Documentarsi, infatti, costa tempo, meglio andare per le spicce: se c’è un film che ha vinto otto Oscar, deve essere vero. Per Antonio Salieri sono tempi grami. Poi, poco a poco, la lenta e dovuta riabilitazione.

lunedì 15 luglio 2024

Maledetti Tropici, maledetta bellezza

Devo scrivere qualcosa sul titolo di questo blog, che spesso genera commenti un poco piccati da parte di chi ai Tropici ci è nato e si sente smarrito dall’intestazione che parrebbe irriverente. Invece, non è così, ma vale l’esatto contrario. “Maledetti Tropici” è una occorrenza nata sulla falsariga del detto “maledetti toscani” coniato da Curzio Malaparte. Lo scrittore pratese nel suo libretto dallo stesso titolo (1956) tracciava un singolare ritratto del carattere toscano, descrivendo i suoi compaesani in forma non solo esaltativa, ma anche con ferocia e ironia.  


“I Toscani hanno il cielo negli occhi” scrive Malaparte, per poi concludere con un impietoso “e l’inferno in bocca”, frase che nel suo complesso ritrae il sentimento che compenetra l’intera opera. Toscani che hanno dalla loro parte un immenso patrimonio culturale e che hanno saputo creare dalla civiltà etrusca al Rinascimento opere invidiate dal resto del mondo. Il tutto inserito in un contesto geografico di ineguagliabile bellezza. Maledetti toscani, quindi? Certo, dove l’invidia che racchiude l’espressione è di quella buona.  

All’altro lato del mondo, i Tropici rappresentano un certo ideale di bellezza nell’immaginario e provocano sentimenti di libertà e di fuga. Sono maledetti in certi casi perché irraggiungibili, in altri perché meta di progetti che a volte si trasformano in una mera illusione. Per chi li vive e ci vive, sono invece fonte quotidiana di bellezza. Se la mano dell’uomo ha modellato le colline toscane rendendole straordinariamente singolari, la natura è afflato e richiamo per chi si identifica nel respiro tropicale. La mirabile maledizione è reciproca. Le parole del naturalista Edward Osborne Wilson ci riportano a questa associazione con un paragone azzeccato: “Distruggere la foresta tropicale per ottenere dei benefici economici è uguale a bruciare un quadro del Rinascimento per riscaldare una pietanza”. Rinascimento e natura, Toscana e tropici li abbiamo a braccetto. Manteniamoli unici e maledetti.

lunedì 3 giugno 2024

San Francesco, il Cantico e la nascita della letteratura italiana

Quando, nel settembre 1224, San Francesco scende dai monti della Verna, porta con sè non solo le stimmate ma anche l’abbozzo di quello che diventerà “Il cantico delle creature”. «Altissimu onnipotente bonsignore, tue so' le laude la gloria e l'honore et onne benedictione» recita l’incipit della lode al Signore, scritta di getto secondo le fonti francescane, dopo una notte di tormenti a cui sarebbe seguita la visione celestiale che lo ispira e lo guida. Il cantico è un inno al Signore intriso di misticismo e spiritualità ma è anche, a tutti gli effetti, il primo componimento poetico della nostra storia letteraria. San Francesco, primo poeta della letteratura italiana, quindi, ma non è stato così facile. Ci è voluto un lungo cammino per stabilire il valore di un documento che si muove su un territorio tribolato dove l’esperienza mistica -essenza divina-, si mescola con la poesia, espressione del profano.

Gli stessi francescani per lungo tempo rifiutarono la qualità poetica del cantico, inquadrandolo nel limitato ma glorioso universo spirituale. Di stesso avviso era la critica letteraria dell’Ottocento: la poesia religiosa non era altro che “una letteratura senza eco nella classe colta, da cui esce l’impulso per la vita intellettuale” (De Sanctis). Poco importa che fosse espressa in volgare, esperimento che per Francesco significava l’affrancamento dal latino, considerata la lingua del potere e, di conseguenza, di pochi. Il “Cantico delle creature” era stato pensato per essere cantato dai confratelli, alla maniera dei Salmi di biblica memoria, un inno da portare nelle chiese e nelle messe e diretto quindi alla povera gente. Già solo per questo il documento aveva un grande valore popolare in un contesto, quello dell’Italia del XIII secolo, dove era molto radicata la tradizione orale. Da qui viene anche il linguaggio semplice del testo, ma capace comunque di esaltare l’ascetismo del santo. Nell’ottica dei frati, la letteratura non era cosa di Dio; per i critici dell’Ottocento, gli intellettuali dovevano giocoforza fare i conti con il potere. Altri tempi. Ci ha pensato la critica recente a rivalutare il testo.

La strada viene aperta da Gianfranco Contini, critico austero ma preciso. Alberto Asor Rosa, nella “Storia della letteratura europea”, ci confida il respiro europeista del santo e lo colloca nel punto di partenza della nostra letteratura. “Il Cantico delle creature” si afferma come la prima composizione di carattere poetico in volgare italiano. Non solo. La sua apparizione dà forma alla letteratura italiana, complice anche un mosaico di esperienze che si stavano vivendo in tutta la penisola. E la nostra letteratura si plasma, prendendo da subito caratteri fondamentali, ritagliandosi una propria identità, che si realizza infine con “La Commedia” di Dante, culmine della sua prima fase creativa. 

È moderno “Il cantico delle creature”? Quanto lo sentiamo vicino a noi? Parafrasi alla mano per i meno esperti, siamo di fronte a una lode al Signore e a un inno al creato. La novità non è solo nell’uso del volgare umbro, ma nell’esprimere i valori cristiani fondati sull’amore e sulla pace. Dio è dappertutto, è nella natura che ci circonda e questo significa che l’ascetismo professato da Francesco non era un elemento passivo, ma si cibava delle meraviglie dell’universo. La morte, evocata negli ultimi versi, non deve essere temuta perché è parte della vita, un tassello in più dell’armonia. Inconsapevolmente, Francesco sta tendendo le mani verso un nuovo mondo, che non è più il Medioevo ma un’epoca che, poco a poco, modellerà il pensiero occidentale.   


Due parole sul decreto cittadinanza

La notizia ha fatto in fretta il giro del mondo e l’ha fatto perché l’Italia è una madre feconda che ha lasciato figli un poco ovunque. Mano...