La notizia ha fatto in fretta il giro del mondo e l’ha fatto perché l’Italia è una madre feconda che ha lasciato figli un poco ovunque. Mano a mano che si è diffusa ha procurato sorpresa, confusione. Ma vediamo cosa è successo. Il governo Meloni, con fretta inusitata, ha emanato un decreto cittadinanza dove cambia le norme che hanno regolato finora i criteri per l’ottenimento della cittadinanza italiana. In sintesi: gli italo-discendenti nati all’estero saranno automaticamente cittadini solo se avranno un genitori o un nonno nato in Italia. Stop alla ricerca di bisnonni e avi nelle anagrafi e nelle parrocchie, le storie personali dei nostri migranti non interessano più, e ancora meno il riscatto delle generazioni successive che, nelle radici italiane, trovano orgoglio e senso di appartenenza.
Il decreto legge nasce dall’indifferenza
e da calcoli politici ed è un decreto che spiega anche ciò che eravamo ed oggi
non siamo più, quel popolo che praticava la solidarietà, che non dimenticava il
sacrificio di chi aveva dovuto lasciare dietro sè gli affetti e la patria. Oggi,
dobbiamo considerare che agli italiani, quelli che vivono nella penisola, importa
poco o nulla del destino di chi ha dovuto separarsi dalla propria patria. Anzi,
qualche politico li ha anche tacciato di “traditori” scesi dalla barca
lasciando il Paese al proprio destino. L’opportunismo di certi personaggi non
conosce limiti. L’altra faccia della medaglia infatti ha tinte sobrie, meste. Un
Paese che non ha offerto opportunità ai propri cittadini, obbligandoli a scelte
estreme, è una nazione fallita. O come consideriamo oggi, nel nostro comodo
salotto perbenista quelle nazioni da cui provengono gli immigrati che premono
alle nostre frontiere? Non siamo molto diversi.
I discendenti degli italiani sono
quelli che ci mettono la faccia ogni giorno, all’estero, per un Paese che, a
volte, non conoscono nemmeno. Lo fanno con una passione che i cittadini
residenti in Italia non dimostrano perché non hanno mai provato sulla propria
pelle i sacrifici di chi è emigrato. Essere italiani è un privilegio, ma molti
italiani questo privilegio lo calpestano ogni giorno con condotte indegne che
vanificano il lavoro di chi, da fuori, promuove l’immagine di un’Italia sana,
accogliente, cordiale. Una pubblicità a costo zero, che vale molto più degli
spot insulsi preparati dagli ultimi governi per vendere all’estero il “prodotto”
Italia. Senza entrare nel contesto politico e nella scelta che l’ha reso operativo
(ci sarebbe molto da dire anche sulle altre modifiche indicate nel decreto) questo
provvedimento è uno spartiacque doloroso.
Non dobbiamo però dimenticare chi
siamo e da dove veniamo. Se avete tempo, leggete queste poche righe di “Sull’oceano”
di Edmondo de Amicis (siamo nel 1889), resoconto in diretta su chi si imbarcava
sui bastimenti della speranza perché il proprio Paese, egoista e mal governato,
li aveva ridotti alla fame:
La maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare
dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio
della miseria. C’eran bene di quei lavoratori avventizi del Vercellese, che con
moglie e figliuoli, ammazzandosi a lavorare, non riescono a guadagnare
cinquecento lire l’anno, quando pure trovan lavoro; di quei contadini del
Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull’altra riva del Po a raccogliere tuberose
nere, con le quali, bollite nell’acqua, non si sostentano, ma riescono a non
morire durante l’inverno; e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia che
per una lira al giorno sudano ore ed ore, sferzati dal sole, con la febbre
nell’ossa, sull’acqua melmosa che li avvelena, per campare di polenta, di pan
muffito e di lardo rancido. C’erano anche di quei contadini del Pavese che, per
vestirsi e provvedersi strumenti da lavoro, ipotecano le proprie braccia, e non
potendo lavorar tanto da pagare il debito, rinnovano la locazione in fin d’ogni
anno a condizioni più dure, riducendosi a una schiavitù affamata e senza
speranza, da cui non hanno più altra uscita che la fuga o la morte. C’erano
molti di quei Calabresi che vivon d’un pane di lenticchie selvatiche,
somigliante a un impasto di segatura di legna e di mota, e che nelle cattive
annate mangiano le erbacce dei campi, cotte senza sale, o divorano le cime
crude delle sulle, come il bestiame,
e di quei bifolchi della Basilicata, che fanno cinque o sei miglia ogni giorno
per recarsi sul luogo del lavoro, portando gli strumenti sul dorso, e dormono
col maiale e con l’asino sulla nuda terra, in orribili stamberghe senza camino,
rischiarate da pezzi di legno resinoso, non assaggiando un pezzo di carne in
tutto l’anno, se non quando muore per accidente uno dei loro animali. E c’erano
pure molti di quei poveri mangiatori di panrozzo
e di acqua-sale delle
Puglie, che con una metà del loro pane e centocinquanta lire l’anno debbon
mantenere la famiglia in città, lontana da loro, e nella campagna dove si
stroncano, dormono sopra sacchi di paglia, entro a nicchie scavate nei muri
d’una cameraccia, in cui stilla la pioggia e soffia il vento. C’era in fine un
buon numero di quei vari milioni di piccoli proprietari di terre, ridotti da
una gravezza di imposta unica al mondo
in una condizione più infelice di quella dei proletari, abitanti in catapecchie
da cui molti di questi rifuggirebbero, e tanto miseri, che “non potrebbero nemmeno
vivere igienicamente, quando vi fossero obbligati per legge.” Tutti costoro non
emigravano per spirito d’avventura.