venerdì 31 ottobre 2025

Perché a Torino c'è il Museo Egizio

Il 4 novembre il Museo Egizio de Il Cairo riapre le sue porte ristrutturato e ampliato. Un’opera unica, ai piedi delle piramidi di Giza, grande due volte il Louvre con centomila pezzi attribuiti alle varie dinastie che hanno fatto la storia dell’Egitto antico, tra cui spicca l’intero corredo della tomba di Tutankhamen.

A Torino si sono celebrati invece nel 2024 i duecento anni del Museo Egizio locale. C’era già quando Carlo Alberto diramò lo Statuto Albertino e quando Vittorio Emanuele II proclamò il Regno d’Italia; quando Nietszche abbracciò il cavallo frustato da un vetturino e quando Lombroso faceva gli esperimenti di antropologia criminale; quando Salgari si aprì la pancia con una spada e quando il Grande Torino cadde a Superga. Un’istituzione, insomma, una presenza a cui noi ragazzi che crescevamo a Torino ricorrevamo un po’ per trovare l’atmosfera dei romanzi di Sinuhe di Mika Waltari, un po’ per fantasticare con le suggestioni di quell’epoca (le mummie; l’influenza di Belfagor, il fantasma del Louvre).


Al Museo, infatti, c’erano le mummie vere e ce n’erano tante, quelle che oggi si vedono poco, e che impressionavano assai. Ma chi ce le aveva portate? E poi, perché proprio a Torino? C’entra un tipo di Barbania, piccolo centro del Canavese, Bernardino Drovetti, figlio di un notaio che pensò bene di arruolarsi nell’esercito napoleonico. Da soldato semplice, passò per la battaglia di Marengo e arrivò a fare il capo di stato maggiore nell’Armata d’Italia. Una bella e veloce carriera, come succedeva spesso sotto Napoleone che, nell’ottobre 1802 lo manda in Egitto con la responsabilità di incentivare le relazioni commerciali con l’Egitto. Immune agli alti e bassi della politica europea (con la caduta del regime napoleonico, l’invasione inglese, la crisi turca) Drovetti dal 1811 iniziò a interessarsi dei reperti egizi, un’attività che mantenne per tutta la vita, grazie anche all’amicizia che lo legava al pascià Mohammed Alì che regnava sul Paese. Le sue esplorazioni lo portarono a strappare alle sabbie la famosa statua di Ramesse II e a srotolare il papiro regio (il Canone Reale), oltre a centinaia di oggetti di uso comune che servirono per ricostruire i momenti della vita quotidiana nell’antico Egitto.

Non era però solo amore per la storia e le culture antiche. Nel 1824, dopo aver sondato eventuali acquirenti e aver incassato il no dalla Francia, Drovetti vendette la sua collezione, con più di 7000 pezzi al costo di 400.000 lire al re di Sardegna, Carlo Felice. Fu così che venne istituito il primo museo d’antichità egizie del mondo. La collezione di Drovetti comprendeva 102 mummie, 169 papiri, 95 statue e servì al padre dell’egittologia, Champollion, per accrescere la sua conoscenza sul mondo egizio (l’archeologo francese si fermò a Torino nove mesi studiando quei reperti). Con il tempo il Museo Egizio di Torino organizzò varie spedizioni, iniziative che gli permisero di ampliare la collezione, valutata oggi in più di 40.000 pezzi che testimoniano le differenti tappe della storia delle dinastie egizie, dal Paleolitico all’età copta. 

In quanto a Drovetti, non rimase con le mani in mano. Vendette una seconda collezione al Louvre e una terza a Berlino, ma dobbiamo affermare che con tutti quei soldi il canavesano fece anche molta beneficenza, soprattutto nel suo paesino natale dove fondò ricoveri per i poveri a cui lasciò, alla sua morte (avvenuta il 9 maggio 1852, a 76 anni), il suo patrimonio.

Il link del Museo Egizio di Torino: https://www.museoegizio.it/

giovedì 9 ottobre 2025

Italofonia, il merito degli italo-discendenti

Puntuale come ogni anno ad ottobre, arriva la Settimana della Lingua Italiana nel mondo (13-19 ottobre per l’esattezza), appuntamento che questa edizione avrà come tema “Italofonia: lingua oltre i confini”. Si aspettano centinaia di manifestazioni e si spera che queste riescano ad approfondire le tematiche non solo linguistiche o culturali, ma anche sociali e politiche che l’italofonia comporta. In questo contesto bisogna elogiare il lavoro svolto dalle comunità di italo discendenti che, nonostante il passare del tempo, mantengono vivo il vincolo con il Paese d’origine, un’Italia che a dire il vero non è sempre presente nelle istanze che li riguardano. Spesso lasciati soli dalle istituzioni, a volte persino trattati come quei parenti di cui nessuno vuole saperne più, gli italo-discendenti -e con loro gli italiani emigrati di recente all’estero- hanno dato e danno l’apporto fondamentale per la diffusione della civiltà italiana. Dalla loro parte ci sono la caparbietà, la costanza, l’amore per la propria terra e le proprie origini, più forti di ogni ostacolo. Preservare la lingua significa preservare l’identità, mantenere intatto il legame con le radici e trasmettere questo insieme di valori alle nuove generazioni.

Si calcola che attualmente sono circa 2 milioni e mezzo le persone che parlano l’italiano in America Latina, con importanti presenze come sappiamo in Argentina, Brasile e Venezuela. Nel caso del Centroamerica, sono due i Paesi trainanti dell’italofonia: il Guatemala e il Costa Rica. Qui, la comunità degli italo-discendenti si è rafforzata alla fine del secolo scorso di un’importante colonia di emigrati che ha saputo rinnovare l’interesse per la lingua e la cultura italiana, facendo passi da gigante nei campi dell’imprenditoria, con il settore gastronomico a fare da traino. Di conseguenza, si è creato un significativo interesse per l’apprendimento della lingua italiana, mezzo privilegiato per avvicinarsi a tutto ciò che significa Italia. È nato così anche un risveglio, un risorgimento culturale, che ha portato centinaia di ragazzi, i cui avi provenivano dalla nostra penisola, ad avvicinarsi all’Italia (ricordiamo che in Costa Rica il 7,5% della popolazione ha origini italiane).

L’italofonia, quindi, come un bene da custodire. Senza dubbio, ma andando oltre gli slogan che spesso la politica vuole appiccicare a tutti i costi quando è alla ricerca di consensi, bisogna attuare e creare appoggio e sostegno a chi si trova in prima linea all’estero. Il governo attuale da un lato taglia i ponti con il passato, con un decreto che offende le comunità di italo-discendenti e dall’altro pretende che queste stesse comunità mantengano vive e diffondano la lingua italiana, assieme ai nostri usi e costumi. È una contraddizione, un’altra delle tante che l’emigrato si trova a vivere sulla propria pelle. Che poi, la questione dell’italofonia, si gioca anche in casa, per esempio ponendo un freno agli anglicismi usati oggi in forma sfrenata sui testi e nell’italiano parlato. Cominciamo a conoscere e ad apprezzare la nostra lingua e creeremo davvero quel senso di identità collettiva che renderà effettivo il ponte culturale che l’italofonia deve procurare tra il Paese d’origine e il resto delle comunità sparse per il mondo. 

 

Per approfondire:

https://maledettitropici.blogspot.com/2023/03/ll-congiuntivo-dellultimo-millennio.html

https://maledettitropici.blogspot.com/2021/03/ditelo-in-italiano-lattacco-dellinglese.html


Italiani: popolo di santi, poeti e bestemmiatori

Una delle prime espressioni in lingua volgare italiana recita così: “Fili de le pute, traite!”. È l’iscrizione trovata nella Basilica di San...