Le celebrazioni per l’anniversario
della morte di Marco Polo (settecento anni l’8, ma più probabilmente il 9
gennaio 1324) procedono a rilento. Eppure, il veneziano certa rilevanza ce l’ha,
non solo per aver acceso la curiosità sul mondo sconosciuto in un’epoca in cui
l’Europa era accartocciata su se stessa. Baghdad, Samarcanda o Pechino di cui
snocciola descrizioni e aneddoti rappresentano la parte fisica della sua
impresa, però il pregio è un altro: Polo ha dimostrato con la sua traversia, qual
è l’essenza del viaggio. È stato il primo, in un Occidente imbevuto di
crociate, feudalesimo, oscurantismo religioso, a guardare oltre e a osservare
distaccato, ma meravigliato, l’Oriente che gli si apriva davanti. Dalle pagine
di “Il Milione”, Polo trasmette al lettore questa essenza, che è fonte di
esperienza personale, di dinamiche sociali e culturali, ma soprattutto è
divenire dell’essere umano. Una concezione completamente nuova nella retorica medievale,
quando la letteratura era imbevuta dei canoni del poema cavalleresco e della
lirica cortigiana o religiosa. Il suo “Le divisament dou monde”, diventato
poi “Il Milione”, redatto quando il XIII secolo è ormai agli sgoccioli, è a
tutti gli effetti il primo libro di viaggi del mondo occidentale. Il fascino
per l’ignoto, per una terra sconosciuta, la semplice curiosità fanno la
fortuna del libro, ma è l’attendibilità di Polo, cronista affidabile, in quanto
saggio e nobile cittadino di Venezia, a creare i presupposti per l’inarrestabile
divulgazione delle sue memorie.

C’è un fatto predominante. Polo
va oltre il ruolo di mercante acquisito per ereditarietà e si inventa reporter
e cronista, testimone e viaggiatore. È obiettivo, al punto che va oltre gli
interessi mercantili in onore alla realtà. Una pista che spiega questo
atteggiamento può essere quella che Polo, al momento di mettersi in viaggio, è
un giovane di soli diciassette anni, che conosce “ogni calle, ogni portego e sestiere di Venezia” e che ora vuole
scoprire il mondo. In quel viaggio straordinario mette tutto l’entusiasmo che
un ragazzo può provare in quelle condizioni. Lo zio e il padre percorrono la
Via della seta per concludere affari e comprare gioielli e tessuti. Sono
commercianti navigati, d’esperienza, sono già transitati per quella rotta in un
viaggio anteriore e il loro interesse è mercantile. Marco, no. Segue il suo
istinto e lo ripropone incontaminato quando è ormai un uomo di quarantaquattro
anni, mentre detta i momenti salienti della sua esperienza asiatica a
Rustichello da Pisa. E gli unici cedimenti del volume si devono proprio allo
scrittore toscano, che a ogni costo volle introdurre episodi cavallereschi e
moraleggianti. Per il resto, “Il Milione” è prodigo di informazioni
geografiche, sociali, politiche, storiche; elargisce anche consigli a chi vuole
andare per il mondo a esplorare: “Chi
viaggia deve imparare a dormire per terra, a sopportare la fame e la sete”.
Grazie a questi presupposti, “Il
Milione” diventa uno dei vertici del triangolo della nascente letteratura
volgare e ci mostra un Medioevo ben più animato di quanto si immagini. La necessità
di evadere dalla realtà, così cara alle nostre generazioni, era già patente in
epoca tanto lontana e veniva esposta non solo da Polo, cultore del viaggio
materiale, ma anche da altri due classici dell’epoca: “Il cantico delle
creature” di San Francesco, che guida il lettore in un viaggio interiore e la
“Divina Commedia”, di Dante, che lo trasporta nell’allegoria del viaggio
fantastico.
Con il tempo, gli europei
perderanno ogni contatto con le vie di Marco Polo. Balkh, il Pamir, Kashgar,
Kotan, la particolarità esotica delle strade d’oriente verranno riscoperte solo
nel XIX secolo nella storia moderna dell’Occidente. L’essenza che anima il
viaggiatore, già manifestata da Polo e poi sopita per secoli, diverrà ansia e
traguardo dell’uomo contemporaneo.