giovedì 12 marzo 2026

Italiani: popolo di santi, poeti e bestemmiatori

Una delle prime espressioni in lingua volgare italiana recita così: “Fili de le pute, traite!”. È l’iscrizione trovata nella Basilica di San Clemente al Laterano, a Roma, e risale alla fine dell’XI secolo. Oggi, si può tradurre in questa maniera: “Figli di puttana, tirate!” ed è parte di un dialogo tra alcuni servi e San Clemente, dove l’uso del volgare coinvolgeva la plebe e il latino, ancora considerata lingua dotta, espressa dal santo. Di parolacce ne ha scritte anche Dante nella sua Commedia, dai papi corrotti che “puttaneggiano” con i re, al guelfo Alessio Interminei “col capo sì di merda lordo”, facendoci capire che anche nel Medioevo gli insulti erano all’ordine del giorno.

Il vituperio, quindi, era già parte del nostro patrimonio culturale agli albori della nostra lingua nazionale. E ha continuato a radicarsi nel corso dei secoli spingendosi oltre, fino a darci il primato di popolo più blasfemo d’Europa. Lo dicono le ricerche e lo dicono le statistiche. Ce la prendiamo con i santi e la madonna, almeno una quindicina di volte al giorno, ma più per tradizione che per la reale intenzione d’offendere.

Gli altri europei, quando visitavano il nostro Paese, spiegavano questa nostra tendenza come proveniente direttamente dal demonio. Nel XVII secolo la lingua italiana era percepita all’estero come veicolo di seduzione, tanto che si riteneva che il diavolo si fosse rivolto a Eva in italiano per indurla a cogliere la mela (così come il virtuoso Adamo parlava francese o spagnolo a seconda delle fonti). Agli stranieri, l’italiano appariva come la lingua della perdizione, asserzione confermata da chi si avventurava nei viaggi che, in quell’epoca, iniziavano a prosperare verso la penisola italica. Gli stranieri si perdevano nella traduzione, accolti com’erano da una valanga di lingue regionali e dialetti e dalla tendenza all’-issimo che piagava le narrazioni locali. Tra cui, appunto, spiccava il linguaggio forbito. In tempi recenti, la blasfemia è apparsa un po’ ovunque nella nostra letteratura, da Pasolini a Eco, da Tondelli a Nanni Balestrini, dalla Maraini alla Fallaci. A loro, il compito di immortalare sulla pagina scritta personaggi che enfatizzano e lo fanno nella maniera più popolare, quindi bestemmiando. 

Si è cercato di dare una spiegazione socioculturale a questa peculiare tendenza, tra cui spicca la tesi della nostra vicinanza geografica alla Santa Sede che, per secoli, ha stuzzicato l’anima laica degli italiani. Soprattutto per i toscani, vicini scomodi e anticonformisti, la blasfemia sarebbe diventata un intercalare necessario per dimostrare e confermare più volte al giorno il radicato anticlericalismo. A conti fatti, però, sono i veneti quelli che bestemmiano di più, mentre ne risultano quasi immuni i sardi.

In Italia è ancora oggi illegale bestemmiare, anche se dal 1999 è considerato un illecito amministrativo e non un reato, da cui però sono esclusi la Madonna e i santi, venerati sì ma non paragonabili al Dio della religione cattolica. Un caso che vediamo nei campi di calcio, dove si rischia un’ammonizione se si cita Dio in compagnia di qualche aggettivo scurrile, ma si lascia perdere se ad essere nominata in un contesto volgare è la madre di Gesù.

mercoledì 28 gennaio 2026

Olivetti in America Latina: tra design e progresso

Dal 30 gennaio al 28 marzo si terrà a San José l’esposizione “Olivetti en América Latina: diseño, comunicación, arquitectura”.

Quando si parla di Olivetti la memoria va immediatamente alla Lettera 32, la macchina per scrivere piccolo gioiello di disegno e prestazioni, che conquistò tutto il mondo. Dal 1963, quando fu presentata, fino al suo ritiro diventò un simbolo inconfondibile del design italiano (fu disegnata da Marcello Nizzoli, “padre” anche del classico distributore Agip anni Sessanta e della macchina da cucire “Mirella”, della Necchi) e valse all’Olivetti il riconoscimento internazionale. Non solo giornalisti o scrittori usarono quella macchina, ma la gente comune che fece della Lettera 32 un oggetto imprescindibile nelle case.

La relazione dell’Olivetti con l’America Latina è stata lunga e profonda e ha portato alla trasformazione del mondo imprenditoriale locale. Già nel 1949 venne inaugurato il complesso di Vallejo, in Messico. La presenza dell’azienda italiana contribuì alla meccanizzazione dei vetusti apparati statali e privati messicani, con l’introduzione delle macchine per scrivere e delle calcolatrici. Ogni giorno venivano assemblati più di mille dispositivi che poi finivano negli uffici di tutta l’area centroamericana in diretta concorrenza con le marche statunitensi. La popolarità dell’Olivetti divenne palese con le Olimpiadi di Città del Messico del 1968, quando l’azienda italiana si fece carico dell’allestimento delle sale stampa offrendo a migliaia di giornalisti gli strumenti necessari al loro lavoro quotidiano. Un compito difficile, ma svolto nel migliore dei modi e che mise a tacere i critici di quelle Olimpiadi che si svolgevano per la prima volta in un Paese in via di sviluppo, ritenuto non adatto a ospitare un evento così importante. Sull’onda del successo Olivetti aprì in Brasile lo stabilimento di Guarulhos, nell’area di Sao Paulo, e in Argentina a Paso Rey, sempre con la pretesa di portare la Lettera 32, le calcolatrici (dalla Summa alla Logos) e i primi computer in ogni casa e ufficio d’America Latina. I progetti di quegli stabilimenti toccarono all’architetto Marco Zanuso, tra i designer più emblematici del Novecento. L’etica del lavoro, introdotta da Adriano Olivetti, sorprendeva: gli stabilimenti comprendevano asili, biblioteche, medici, compenentrandosi con il territorio e la sua gente. Una novità assoluta per regioni dove la dipendenza tra lavoratore e imprenditore era marcata dall’abuso o, nel migliore dei casi, dall’indifferenza. La presenza dell’Olivetti in America Latina, inoltre, era una porta aperta sull’Italia. Designer, architetti, progettisti celebravano il Made in Italy fornendo gli spazi espositivi della marca dei simboli distintivi del nostro Paese, dal marmo di Carrara al vetro di Murano.

Intanto, l’Olivetti arrivava prima in tutto: prima ad aprire a Mountain View quando Steve Jobs era solo un diciottenne di belle speranze; prima, nel 1978, a mettere in commercio una macchina per scrivere elettronica (la ET101); prima, nel 1981, a presentare il personal computer, l’M10. Poi, lento il declino e il riassetto al passo con i tempi, anche in America Latina. La storia, però, rimane.

L’esposizione costaricana si terrà nel Campus Tecnológico del TEC, nella Casa Verde di Barrio Amón della capitale San José grazie al TEC, il Politecnico di Torino e l’Archivio Storico Olivetti.

giovedì 18 dicembre 2025

Quell'imbroglio del balcone di Giulietta

Nel film “Totòtruffa ‘62” (https://www.youtube.com/watch?v=YtERpaeRnB8) il celebre Totò veste i panni di un truffatore e, spacciandosi per il cavaliere Antonio Trevi, improbabile proprietario della celebre fontana di Roma, si adopera per vendere il monumento a uno sprovveduto turista. È una scena esilarante, che dimostra un certo carattere dell’ingegno italico, speso nella maniera truffaldina piuttosto che a favore di azioni utili.

La recente decisione del Comune di Verona di rendere a pagamento il cortile e i vani della cosidetta “casa di Giulietta” ha un po’ questo tenore, che naviga tra la cialtroneria e la mistificazione. Per un somma tutt’altro che modica -12 euro con prenotazione obbligatoria- 1460 eletti al giorno potranno passeggiare nel cortile, farsi immortalare con la statua dell’eroina shakesperiana e visitare la casa medievale. Che, come tutti sanno in Italia, non ha niente a che vedere con i Capuleti e la storia di Romeo e Giulietta, ma è un conclamato falso. Le autorità, insomma, invece di risolvere le molteplici problematiche del turismo di massa, si adeguano e divengono complici del luna park. Dal 6 dicembre al 6 gennaio, giusto per fare cassa e verificare i risultati del provvedimento che –scommettiamo?- diventerà effettivo in vista dell’estate 2026 (https://www.museiverona.com/).

L’idea, di per sè geniale, di trasformare la locanda medievale della famiglia Dal Cappello (e infatti la via dove sorge la “casa di Giulietta” si chiama proprio via Cappello) nella corte dei Capuleti, venne a un veronese doc, Antonio Avena che fu per trentacinque anni direttore dei musei civici. Avena ricreò i luoghi shakesperiani e lo fece sull’onda dell’interesse suscitato in America da “Romeo and Juliet”, versione cinematografica della tragedia diretta da George Cukor uscito nel 1936. La casa venne abbellita e intervenuta con forme neogotiche e con l’inclusione del famoso balcone, fino ad allora inesistente. Poco a poco venne trasformata in una casa museo con affreschi, arredi e oggetti di diversa provenienza. Ultimo tocco, la collocazione nel 1973 della statua di bronzo di Giulietta, opera dello scultore Nereo Costantini. Una specie di set cinematografico, quindi, un acchiappaturisti per lungo tempo gratuito -l’importante era attirare i turisti a Verona-, ma che ora si è deciso di monetizzare.

La “casa di Giulietta” non è un monumento storico, ma rappresenta piuttosto un incontro sentimentale. Qualcuno, non a torto, ha già denominato il provvedimento “la tassa sugli amanti”. E, intanto, tra overtourism e la scaltrezza delle amministrazioni comunali, il turismo in Italia somiglia sempre più a un parco di divertimenti: https://maledettitropici.blogspot.com/2024/03/le-citta-italiane-luna-park-del-turismo.html  

giovedì 4 dicembre 2025

Turista non per caso: sulle tracce dei luoghi de "Il Padrino"


Una delle cose a cui non ho potuto resistere nelle mie ultime vacanze è stata quella di seguire, come un buon turista americano, le tracce de “Il Padrino”, ossia per intenderci di visitare gli esterni dell’epico film. Prima tappa, Savoca. A differenza di quanto si possa pensare, infatti, Corleone, il paesone del palermitano di cui sono originari gli Andolini, nel film non appare mai. Troppo implicata con la vera mafia, si era detto al tempo e quindi improponibile per le riprese di un film. Savoca, invece, è in provincia di Messina, a tre quarti d’ora dal porto di Zancle, approdo quasi obbligatorio per chiunque sbarchi in 
Sicilia. Se c’è una cosa di cui si può vantare questa cittadina è il panorama. Incastonata tra i monti Peloritani, con una vista da sensazione sulla linea mare cielo dello Ionio, questo piccolo paesino da decenni è considerato, almeno nelle Americhe, il luogo emblematico della saga de “Il Padrino”. Qui, Michael Corleone (Al Pacino) incontra nel bar Vitelli Apollonia (Simonetta Stefanelli) e a poche centinaia di metri, i due si uniscono in matrimonio nella chiesa di San Nicolò. Le scene con Saro Urzì, Franco Citti e Al Pacino sotto il pergolato del bar sono diventate parte permanente della cultura popolare. D’istinto, cerchiamo rassomiglianze tra i volti dei paesani, ma ovviamente non li troviamo.

La figura stilizzata di Francis Ford Coppola, che dalla piazzetta del paese filma la bellezza naturale dei dintorni, ci ricorda che questi avvenimenti fanno parte della finzione cinematografica. Confondere però la realtà con la fantasia è un gioco leggero, soprattutto se si è turisti, si è in Sicilia e si vuole provare se la granita con le mandorle, nonostante il prezzo proibitivo, sia più buona qui o nel Bambar di Taormina (optiamo per quest’ultimo). Il bar Vitelli, alla cui entrata torreggia un buttafuori non proprio affabile, era in origine la residenza nobiliare della famiglia Trimarchi. A volerla fu Giuseppe Trimarchi, capitano al soldo della corona spagnola, che nel XVI secolo servì sotto Carlo V e Filippo II. Un soldato tutto d’un pezzo che mai avrebbe immaginato che quattro secoli più tardi il suo palazzo sarebbe diventato famoso in tutto il mondo grazie a un’arte che al tempo nemmeno ci si poteva immaginare. Le tavolate di americanissimi che si strafogano di spritz e gelati spingono ad avventurarsi nelle vicinanze. Chi cerca trova e, infatti, ci accomodiamo alla Trattoria del Borgo. La vista è impagabile, il cibo buonissimo (involtini di melanzane, stinco con patate e Birra Messina). Esperienza da ripetere. 

Si procede verso sud e a Motta Camastra, c’è la villa di don Ciccio, oggi abbandonata e quasi irriconoscibile. Un casolare che naufraga nella compagna infuocata. Meglio procedere oltre. A mezz’ora d’auto, nelle campagne di Fiumefreddo, nella calura della piana che si estende a sud di Naxos, sorge il Castello degli Schiavi (https://www.castellodeglischiavi.com/it/). È la villa di Michael, quella dove il futuro capo vive i brevi giorni felici del suo matrimonio, idillio spezzato dalla morte dell’amata Apollonia nell’esplosione dell’automobile. Il castello, esempio armonioso di barocco siciliano del XVIII secolo, funziona oggi come sede di eventi e il suo portone, a meno di colpi di fortuna, rimane chiuso ai curiosi. Siccome la fortuna aiuta gli audaci, l’abbiamo trovato aperto. Colpisce il silenzio che, nel caldo opprimente, viene spezzato dal frinire delle cicale. La finzione e la realtà sembra vogliano di nuovo confondersi e confonderci.

Michael Corleone al mare non ci andava ma a un paio di chilometri dalla sua villa fittizia c’è la bellissima e tranquilla spiaggia di Marina di Cottone, che si estende per chilometri. Via dalla pazza folla, è la maniera migliore per finire la giornata. Sullo sfondo, la rocca di Taormina, l’Etna con la sua fumarola a occidente, i miti della Magna Grecia nello stretto che si intravede con la Calabria immota. Ultimo consiglio: fermatevi al bar pasticceria Valery di Fiumefreddo, dove fanno la ciambella più buona del pianeta Terra (https://www.facebook.com/Barvalery90/?locale=es_LA).

martedì 11 novembre 2025

Due italiani a Panama: le vite spezzate del Canale

Nel 1876 c’è gran fervore in Europa. Il successo ottenuto dalla recente apertura del Canale di Suez avvenuta nel 1869 spinge i francesi a investire su altri progetti simili. Panama è nel mirino e viene costituita la Compagnia Universale del Canale Interoceanico con il compito di sondare un progetto di fattibilità per unire l’Oceano Atlantico con quello Pacifico. È un’opera faraonica, le cui difficoltà appaiono subito evidenti. Il tropico non è il deserto e qui non si tratta di tracciare una linea retta nella sabbia, ma di superare ostacoli geografici di varia natura nel contesto di un clima spietato.

La prima spedizione francese viene organizzata dal nipote di Luciano Bonaparte, Lucien Bonaparte Wyse e da Armando Reclus, fratello del celebre geografo Elisée. Tra i partecipanti ci sono due italiani. Sono Oliviero Bixio, 35 anni, nipote del garibaldino Nino Bixio, e Guido Musso, un ingegnere genovese, venticinquenne. Bixio, come tradizione di famiglia, ha già avuto una vita avventurosa. Aveva fatto la Seconda guerra d’Indipendenza con il grado di capitano e poi era approdato negli Stati Uniti dove aveva combattuto nella guerra civile americana nella cavalleria del generale McClellan. Ritornato in Europa, si era offerto volontario per difendere la Francia dall’invasione tedesca del 1870; decisione che gli valse una ferita e il carcere, da cui fugge per tornare a combattere. I suoi atti di eroismo gli valgono la Legione d’Onore. Consumato dalla febbre dell’avventura decide di unirsi a Bonaparte e Reclus per esplorare le selve panamensi.

Guido Musso, di dieci anni più giovane, è invece un ingegnere dalle belle speranze. Ha studiato al Politecnico di Milano e vuole vivere in prima persona le grandi sfide che l’ingegneria del suo tempo propone. A Saint Nazaire i due si imbarcano sulla “Lafayette” insieme ad altri studiosi, tecnici e scienziati. Nel dicembre 1876, dopo meno di un mese di navigazione, giungono a Panama, allora regione della Gran Colombia. I due legano immediatamente. Il Darién, dove sono approdati, è una regione inospitale. La giungla è impenetrabile e le condizioni di lavoro estreme. A fatica la spedizione raggiunge il fiume Tuira, un bacino fluviale importante che si potrebbe prestare alla realizzazione del canale. I lavori procedono a rilento tra piogge torrenziali e continui pericoli. Non passa molto tempo e Bixio si ammala. Al tempo la diagnosi era una sola: polmonite. In realtà, il tropico cela decine di differenti patologie: la dengue, la febbre gialla, la malaria, la malattia di Chagas. Bixio, dopo averla fatta franca sui campi di battaglia, muore il 18 gennaio, diventando la prima delle migliaia di vittime che il Canale di Panama chiederà in tributo per la sua costruzione.

Musso, afflitto dalla perdita, seppellisce l’amico e connazionale nel minuscolo cimitero di Pinogana. Bisogna, però, andare avanti. La spedizione continua a lavorare alacremente fino a maggio. I risultati, però, non sono quelli sperati. L’esplorazione della regione del golfo di San Miguel porta a una bocciatura di quel progetto iniziale: l’altitudine e la geologia del terreno non erano quelli sperati. Musso si appresta a tornare a casa, ma pochi giorni prima di imbarcarsi, si ammala anche lui. Lo trasportano sulla nave che lo riporta in Europa, ma il genovese dopo un solo giorno di navigazione muore: è il 19 maggio. La sua salma, come suole la tradizione, viene calata in mare.

La storia di questi due italiani viene presto dimenticata, fino a quando nel 1956 il regista Renato Cenni gira un documentario nel Darién e si imbatte nella tomba di Bixio. Cenni seguirà le orme della spedizione di Bonaparte Wyse e Reclus e da quell’esperienza nasce il cortometraggio “Il ponte dell’universo”, che rievoca l’epopea dei progetti francesi sul Canale e il suo impatto sulle popolazioni locali. Oltre, ai sogni spezzati di due italiani che pensarono di scrivere una pagina importante nella storia dell’Ottocento e trovarono invece una morte prematura.

venerdì 31 ottobre 2025

Perché a Torino c'è il Museo Egizio

Il 4 novembre il Museo Egizio de Il Cairo riapre le sue porte ristrutturato e ampliato. Un’opera unica, ai piedi delle piramidi di Giza, grande due volte il Louvre con centomila pezzi attribuiti alle varie dinastie che hanno fatto la storia dell’Egitto antico, tra cui spicca l’intero corredo della tomba di Tutankhamen.

A Torino si sono celebrati invece nel 2024 i duecento anni del Museo Egizio locale. C’era già quando Carlo Alberto diramò lo Statuto Albertino e quando Vittorio Emanuele II proclamò il Regno d’Italia; quando Nietszche abbracciò il cavallo frustato da un vetturino e quando Lombroso faceva gli esperimenti di antropologia criminale; quando Salgari si aprì la pancia con una spada e quando il Grande Torino cadde a Superga. Un’istituzione, insomma, una presenza a cui noi ragazzi che crescevamo a Torino ricorrevamo un po’ per trovare l’atmosfera dei romanzi di Sinuhe di Mika Waltari, un po’ per fantasticare con le suggestioni di quell’epoca (le mummie; l’influenza di Belfagor, il fantasma del Louvre).


Al Museo, infatti, c’erano le mummie vere e ce n’erano tante, quelle che oggi si vedono poco, e che impressionavano assai. Ma chi ce le aveva portate? E poi, perché proprio a Torino? C’entra un tipo di Barbania, piccolo centro del Canavese, Bernardino Drovetti, figlio di un notaio che pensò bene di arruolarsi nell’esercito napoleonico. Da soldato semplice, passò per la battaglia di Marengo e arrivò a fare il capo di stato maggiore nell’Armata d’Italia. Una bella e veloce carriera, come succedeva spesso sotto Napoleone che, nell’ottobre 1802 lo manda in Egitto con la responsabilità di incentivare le relazioni commerciali con l’Egitto. Immune agli alti e bassi della politica europea (con la caduta del regime napoleonico, l’invasione inglese, la crisi turca) Drovetti dal 1811 iniziò a interessarsi dei reperti egizi, un’attività che mantenne per tutta la vita, grazie anche all’amicizia che lo legava al pascià Mohammed Alì che regnava sul Paese. Le sue esplorazioni lo portarono a strappare alle sabbie la famosa statua di Ramesse II e a srotolare il papiro regio (il Canone Reale), oltre a centinaia di oggetti di uso comune che servirono per ricostruire i momenti della vita quotidiana nell’antico Egitto.

Non era però solo amore per la storia e le culture antiche. Nel 1824, dopo aver sondato eventuali acquirenti e aver incassato il no dalla Francia, Drovetti vendette la sua collezione, con più di 7000 pezzi al costo di 400.000 lire al re di Sardegna, Carlo Felice. Fu così che venne istituito il primo museo d’antichità egizie del mondo. La collezione di Drovetti comprendeva 102 mummie, 169 papiri, 95 statue e servì al padre dell’egittologia, Champollion, per accrescere la sua conoscenza sul mondo egizio (l’archeologo francese si fermò a Torino nove mesi studiando quei reperti). Con il tempo il Museo Egizio di Torino organizzò varie spedizioni, iniziative che gli permisero di ampliare la collezione, valutata oggi in più di 40.000 pezzi che testimoniano le differenti tappe della storia delle dinastie egizie, dal Paleolitico all’età copta. 

In quanto a Drovetti, non rimase con le mani in mano. Vendette una seconda collezione al Louvre e una terza a Berlino, ma dobbiamo affermare che con tutti quei soldi il canavesano fece anche molta beneficenza, soprattutto nel suo paesino natale dove fondò ricoveri per i poveri a cui lasciò, alla sua morte (avvenuta il 9 maggio 1852, a 76 anni), il suo patrimonio.

Il link del Museo Egizio di Torino: https://www.museoegizio.it/

giovedì 9 ottobre 2025

Italofonia, il merito degli italo-discendenti

Puntuale come ogni anno ad ottobre, arriva la Settimana della Lingua Italiana nel mondo (13-19 ottobre per l’esattezza), appuntamento che questa edizione avrà come tema “Italofonia: lingua oltre i confini”. Si aspettano centinaia di manifestazioni e si spera che queste riescano ad approfondire le tematiche non solo linguistiche o culturali, ma anche sociali e politiche che l’italofonia comporta. In questo contesto bisogna elogiare il lavoro svolto dalle comunità di italo discendenti che, nonostante il passare del tempo, mantengono vivo il vincolo con il Paese d’origine, un’Italia che a dire il vero non è sempre presente nelle istanze che li riguardano. Spesso lasciati soli dalle istituzioni, a volte persino trattati come quei parenti di cui nessuno vuole saperne più, gli italo-discendenti -e con loro gli italiani emigrati di recente all’estero- hanno dato e danno l’apporto fondamentale per la diffusione della civiltà italiana. Dalla loro parte ci sono la caparbietà, la costanza, l’amore per la propria terra e le proprie origini, più forti di ogni ostacolo. Preservare la lingua significa preservare l’identità, mantenere intatto il legame con le radici e trasmettere questo insieme di valori alle nuove generazioni.

Si calcola che attualmente sono circa 2 milioni e mezzo le persone che parlano l’italiano in America Latina, con importanti presenze come sappiamo in Argentina, Brasile e Venezuela. Nel caso del Centroamerica, sono due i Paesi trainanti dell’italofonia: il Guatemala e il Costa Rica. Qui, la comunità degli italo-discendenti si è rafforzata alla fine del secolo scorso di un’importante colonia di emigrati che ha saputo rinnovare l’interesse per la lingua e la cultura italiana, facendo passi da gigante nei campi dell’imprenditoria, con il settore gastronomico a fare da traino. Di conseguenza, si è creato un significativo interesse per l’apprendimento della lingua italiana, mezzo privilegiato per avvicinarsi a tutto ciò che significa Italia. È nato così anche un risveglio, un risorgimento culturale, che ha portato centinaia di ragazzi, i cui avi provenivano dalla nostra penisola, ad avvicinarsi all’Italia (ricordiamo che in Costa Rica il 7,5% della popolazione ha origini italiane).

L’italofonia, quindi, come un bene da custodire. Senza dubbio, ma andando oltre gli slogan che spesso la politica vuole appiccicare a tutti i costi quando è alla ricerca di consensi, bisogna attuare e creare appoggio e sostegno a chi si trova in prima linea all’estero. Il governo attuale da un lato taglia i ponti con il passato, con un decreto che offende le comunità di italo-discendenti e dall’altro pretende che queste stesse comunità mantengano vive e diffondano la lingua italiana, assieme ai nostri usi e costumi. È una contraddizione, un’altra delle tante che l’emigrato si trova a vivere sulla propria pelle. Che poi, la questione dell’italofonia, si gioca anche in casa, per esempio ponendo un freno agli anglicismi usati oggi in forma sfrenata sui testi e nell’italiano parlato. Cominciamo a conoscere e ad apprezzare la nostra lingua e creeremo davvero quel senso di identità collettiva che renderà effettivo il ponte culturale che l’italofonia deve procurare tra il Paese d’origine e il resto delle comunità sparse per il mondo. 

 

Per approfondire:

https://maledettitropici.blogspot.com/2023/03/ll-congiuntivo-dellultimo-millennio.html

https://maledettitropici.blogspot.com/2021/03/ditelo-in-italiano-lattacco-dellinglese.html


mercoledì 24 settembre 2025

L'amore ai tempi dell'Inquisizione

C’era una volta l’Inquisizione e non solo in Europa, ma anche nei centri nevralgici dell’America Latina come Lima, Cartagena e Città del Messico città dove l’11 giugno 1649 si tenne il più importante auto da fe del continente: 109 penitenti, di cui 13 giustiziati in piazza. Strumento di controllo religioso ed ideologico, l’Inquisizione venne soppressa solo nel 1834 dopo centinaia di processi, auto da fe e vite rovinate. Tra queste, quella di un singolare personaggio italiano, Stefano Corti, lombardo da Lomazzo.

Nato nel 1753 e, rimasto presto orfano, Corti venne educato dallo zio sacerdote che lo mandò poi in bottega a Milano a imparare un mestiere, quello dello speziale. A Pavia, più tardi, si laurea in Medicina e poi, a 28 anni, si imbarca per Barcellona. Qui, le cose non vanno tanto bene e per evitare guai seri ripara a Madrid, dove ottiene la protezione di José Vásquez Téllez, nobile che viene nominato governatore del Costa Rica. È il 1790 e Corti accetta la proposta di Vásquez di seguirlo in America. Corti si adegua subito alla vita di quella che è, a discapito del nome, la provincia spagnola più arretrata. All’epoca è un uomo di 37 anni e secondo la descrizione che ne fa più tardi il segretario dell’Inquisizione messicana, Bernardo Ruíz de Molina, è un individuo più alto della media, robusto, dai capelli rossi, il naso aquilino e gli occhi neri. Stefano Corti a Cartago si trova bene. Ha cambiato il suo nome di battesimo per quello spagnolo di Esteban, è il medico di fiducia del governatore e, grazie alla sua abilità, si guadagna subito la stima dei notabili della città. Vive con una vedova e le sue due figlie e già qui le malignità cominciano a correre: “doña Joaquina López del Corral tenía hijas de buen ver, núbiles y un tanto fáciles” (citato dallo storico Manuel Valladares Rubio). Come dice il detto: pueblo chico, infierno grande. Gli speziali, i curanderos, i barbieri a cui ha tolto il lavoro lo accusano di pratiche immorali. E anche i mariti cornuti. Lo scrittore Joaquín Gutiérrez Mangel asserisce che le visite di Corti alle ammalate aumentavano quando i loro mariti si assentavano per dare la caccia agli indios o si recavano a controllare i loro affari nelle piantagioni di cacao. “Se le lenzuola parlassero” continua “la discendenza di Corti riempirebbe pagine intere dell’Anagrafe del Costa Rica, a cominciare da tutti coloro che portano il cognome Yglesias” (questo cognome veniva dato ai trovatelli abbandonati nelle chiese). L’italiano pagherà cara la fama di donnaiolo impenitente.  Gli eccessi che già lo avevano portato alla fuga da Barcellona (dove si era vantato di aver preso la verginità di nove donzelle) si ripetono nel Nuovo Mondo.

I nemici fioccano e, data la protezione del governatore, i suoi detrattori si rivolgono alla Curia che in pochi mesi prepara un castello accusatorio tale da portarlo alla prigionia, al sequestro dei beni e al suo trasferimento a Città del Messico per essere processato dal Tribunale della Santa Inquisizione. In totale, dovranno essere discussi 24 delitti gravi tra cui: la lussuria, la blasfemia, il disprezzo dei sacramenti e il concubinaggio. 

Cartago, insomma, si libera del seduttore Corti che nel giugno 1794 intraprende il lunghissimo viaggio via terra verso Città del Messico. Lo fa sempre scortato, trascorrendo mesi nelle prigioni delle varie province centroamericane, offrendo a chi ne ha bisogno la sua arte medica e lasciando ovunque un ricordo favorevole. Arriva in Messico dopo tremila chilometri a dorso di mulo e un anno esatto dopo la sua partenza. Qui si fa sette mesi di prigione prima di essere portato davanti al tribunale. Nel frattempo, ha sempre mantenuto un’attitudine mansueta: prega, legge la Bibbia, cura gli ammalati, non fa nessun accenno ad avventure amorose. I frati messicani, però, non si fanno turlupinare. L’accusano di essere un seguace di Rousseau e di Voltaire e aumentano i capi d’accusa da ventiquattro a ottantotto. Corti si dice malato: ha l’artrite, il mal di fegato, è inappetente. Per un po’ riesce a farla franca, poi viene portato davanti ai giudici e non sfugge al verdetto. Gli si chiede di abiurare e Corti in abito da inquisito (scapolare, corda da impiccato al collo, morsetto alla bocca) lo fa immediatamente. In questa maniera salva la vita, ma deve sottostare alla condanna, che prevede l’espatrio verso le colonie africane, dove dovrà trascorrere i seguenti otto anni. In attesa di una nave che lo porti a destinazione, Corti viene ospitato dai Padri Carmelitani a Puebla. Qui, manco a dirlo, acquista di nuovo una grande popolarità, curando e guarendo un gran numero di pazienti. Al convento, ci va solo a dormire e, per il resto, ritorna alle gesta di sempre. L’Inquisizione, ovviamente, non ci sta e pretende dal viceré Azanza che si compiano gli ordini. Nel marzo 1797 Corti si imbarca su una nave da guerra a Veracruz ma ancora una volta il destino ci mette la mano. Il galeone deve partecipare a manovre belliche e lo lascia all’Avana, dove diviene medico di fiducia del giudice Luis Viguri, l’incaricato di stabilire arrivi e partenze dall’isola. Viguri, nonostante le ingiunzioni civili e religiose insiste che Corti non può lasciare Cuba per via delle sue condizioni di salute. L’italiano è malato di gotta, febbricitante ogni qualvolta che un vascello con destinazione Cadice giunge in porto. Il tira e molla dura cinque anni. Nel novembre 1802 giunge l’ingiunzione reale: Corti deve essere messo sulla prima nave e portato in Spagna dove sconterà la sua condanna e verrà scortato in Africa. Il 27 di quel mese le guardie lo vanno a prendere ma non lo trovano. Lo cercano per tutta Cuba, ma l’italiano è come se si fosse volatilizzato. Qualcuno dice di averlo incontrato alle Bahamas, sempre dedito cura dei malati, mentre lo storico costaricano Ricardo Fernández Guardia asserisce che sia morto a Filadelfia, nel 1825. Niente di più probabile che, di fronte all’ipocrisia e al puritanesimo della società coloniale spagnola, Corti abbia cercato di finire i suoi giorni sotto falso nome in un contesto dove poteva esercitare la medicina in santa pace.

Sul tema dell’Inquisizione in America Latina, consiglio la lettura di “La gesta del marrano” del cileno Marcos Aguinis.

martedì 9 settembre 2025

La macchinosa semplicità del trabocco

Il trabocco, la macchina pescatoria dannunziana, è lì, muto monumento dell’ingegno umano a fronteggiare il mare e i suoi umori. Non è l’unico. Da Ortona a San Salvo ce ne sono più di una ventina -il censimento dice ventitré- e sono parte di un litorale, quello chietino, che è stato fonte d’ispirazione per il vate abruzzese d’eccezione, Gabriele D’Annunzio.

Lo scrittore vive a San Vito Chietino una stagione tormentata assieme all’amante Barbara Leoni. Entrambi fuggono dalla noia dei rispettivi matrimoni e si calano nella solitudine agreste di un rustico situato in località San Fino, “una casa construita in un pianoro, a mezzo del colle, tra gli aranci e gli olivi, affacciata su una piccola baia che chiudevano due promontorii”. È l’estate del 1889 e quella esperienza lo spinge a scrivere “Il trionfo della morte”, ultimo capitolo della Trilogia della Rosa. Barbara diventa Ippolita, la protagonista del romanzo e i trabocchi della costa chietina assurgono a parte imperante del paesaggio. Non solo. L’etimologia del trabocco Turchino, che si insinua nel mare di fronte a un lato di quello che oggi è il promontorio dannunziano, risale proprio a un passaggio che si trova ne “Il trionfo della morte”:

-Chi è Turchino?- chiese Giorgio, che pendeva dalle labbra della donna, attratto da quelle cose misteriose. -L’uomo del trabocco?-. E si ricordò di quel viso terreo, quasi senza mento, poco più grosso di un pugno, da cui sporgeva un lungo naso, aguzzo come il muso di un luccio, tra due piccoli occhi scintillanti. -Sì, signore. Guarda là. Se hai buona vista, lo puoi scorgere. Stanotte pesca con la luna. E Candia indicò sulla scogliera nerastra la grande macchina pescatoria composta di tronchi scortecciati, di assi e di gomene, che biancheggiava singolarmente, simile allo scheletro di un anfibio antidiluviano.

Quello scheletro di legni, argani, reti era parte del litorale chietino sin dalla metà del XVIII secolo. Nato come approdo per le navi di piccolo cabotaggio che ricevevano il materiale dissodato delle campagne, era stato trasformato con il tempo in un complicato strumento di pesca. Ad idearlo erano stati proprio i contadini, che avevano trovato così la maniera di domare l’arte della pesca senza mettere i piedi in acqua o ricorrere a un’imbarcazione. Nei tempi di magra, quindi, potevano ricorrere al mare per la loro sussistenza. Un’idea semplice che alimentava un sistema macchinoso.

I trabocchi hanno incuriosito non solo D’Annunzio, ma anche Pasolini e Dacia Maraini che ha dato una sua interpretazione al loro uso: “Cosa ci dicono infine questi trabocchi sorpresi nel loro lirico incanto? Che l’opera umana è sempre macchinosa e fragile, basta un soffio per distruggerla. Ma proprio la sua fragilità è anche la ragione della sua resistenza... sta a simbolizzare la patetica eppure grandiosa capacità dell’essere umano di credere nel futuro nonostante l’amarezza e la piccolezza del suo destino”.

Il trabocco oggi è stato svilito dal turismo. Seguendo l’imperante moda di proporre la ristorazione nei luoghi più improbabili, buona parte di quelle costruzioni funzionano come ristoranti, proponendo menu stellati per il piacere di pochi. A mantenere la memoria dei tempi passati, il trabocco Turchino, ristrutturato e trasformato in un piccolo museo di cultura popolare, salvaguarda la storia della gente comune. Vale una visita.  

https://traboccoturchino.com/

giovedì 28 agosto 2025

Quando andammo in Crimea

 “L’aggressione russa all’oppresso ottomano” fu il pretesto, centosettanta anni fa, perché il Regno di Sardegna approntasse una spedizione in Crimea. Di scuse, per mettersi nei guai, se ne trovano sempre. Oggi, quel conflitto da molti dimenticato, rivive amplificato dai proclami guerrafondai di certi ambienti politici avvezzi al potere fine a se stesso. Per chi è di Torino, come me, invece, la Crimea è sempre stata presente grazie ad una toponomastica stradale estesa e dettagliata sul tema. Girando per il capoluogo piemontese ci imbattiamo nella centralissima via Cernaia e ancora a piazza Crimea con il relativo obelisco in ricordo dei caduti, via La Marmora (Alfonso, comandante del contingente sabaudo), corso Sebastopoli. Inoltre, un piccolo borgo a ridosso del Po, gioiello architettonico di palazzine liberty ed eclettiche, è oggi uno dei quartieri più esclusivi di Torino, il quartiere Crimea, appunto. 


Ma cosa ci siamo andati a fare in Crimea? La guerra di Crimea nasce soprattutto per dare una lezione allo zar, tanto per cambiare. All’origine c’è la contesa tra Napoleone III e Nicola I su chi dovesse controllare i luoghi sacri della cristianità in Palestina: i monaci cattolici o quelli ortodossi. Un braccio di ferro che culmina con una prova di forza della marina francese che obbliga i Turchi, che controllano il Medio Oriente, ad accettare l’ultimatum napoleonico. La Russia, a quel punto, non ci sta e occupa militarmente Moldavia e Valacchia. L’escalation continua colpo su colpo, fino a giungere alla mobilitazione dei britannici a fianco dell’Impero Ottomano. Francia e Inghilterra entrano quindi nel Mar Nero. Un pretesto secondario, insomma, scatena il finimondo. La paura è che “il grande malato”, l’impero Ottomano, venga spezzettato e i russi possano penetrare nei Balcani e controllare il Bosforo e, di conseguenza, l’accesso al Mediterraneo.

Vittorio Emanuele II non vuole restare a guardare. Ha da poco combattuto la sfortunata Prima Guerra d’Indipendenza e, sostenuto dal conte di Cavour, comprende che in quel particolare momento c’è bisogno di riconoscimento internazionale e di dimostrare alla rivale Austria, che tentennava sulla posizione da tenere in quel conflitto, che il piccolo regno può contare sull’appoggio delle grandi potenze. Il Regno di Sardegna entra in guerra e lo fa in una fase già avanzata, nell’aprile 1855, mandando un contingente di 18.000 soldati (piemontesi, sardi, liguri e savoiardi) che si attestano alle porte di Sebastopoli. Ad attenderli trovano un tempo da cani (prima l’afa e poi la neve), le pulci, le zanzare, il colera, il tifo. Intanto, in Europa la guerra di Crimea mitificata da una serie di articoli dal campo di battaglia. I giornalisti in prima linea assicurano storie succose per l’opinione pubblica in patria, determinando non solo eroi e villani, ma dispensando anche consigli di moda (lord Cardigan offrirà un capo di successo) e storie strappalacrime, come il sacrificio dell’amazzone lady Campbell. La sottile linea rossa citata dal giornalista William H. Russell o la carica dei Seicento immortalati dal poeta Tennyson entrano a fare parte della cultura popolare. Tolstoj, artigliere dell’esercito russo, scriverà sulla vicenda e gli orrori della guerra “I racconti di Sebastopoli”. I pittori si sbizzarriscono. Yvon, Barrias, Simpson, Induno: ogni nazione coinvolta partecipa all’iconografia militare apportando gesta eroiche per il proprio bando.

La guerra finisce nel febbraio 1856. I russi rinunciano a Moldavia e Valacchia e Cavour, al Congresso di Parigi che sanziona la pace, alza la voce sulla questione italiana irrisolta. Il bilancio dell’intervento sardo parla di quasi 2000 tra morti e feriti: la metà, però, se li è portati via il colera e non il fuoco nemico. La malattia, curata con decotti di riso e rum in mancanza di medicinali, uccise anche Alessandro La Marmora, fratello del capo spedizione Alfonso e fondatore del corpo dei Bersaglieri. I tempi, però, per la Seconda Guerra d’Indipendenza, sono maturi.

sabato 16 agosto 2025

Tra palme e gelsomini, il buen retiro di Hammamet

A fine luglio ho avuto il piacere di essere invitato ad Hammamet, in Tunisia, a presentare il mio ultimo libro, “L’ira nella palude”. È stata un’esperienza grata, che mi ha permesso di conoscere la città e una parte importante della variegata comunità italiana di questo paese africano. Per noi italiani la fama di Hammamet è stata per anni accomunata al nome di Bettino Craxi, che qui spese gli ultimi anni della sua vita, ma percorrendo le sue vie e conversando con i residenti si scopre che questa località ha accolto nel secolo passato altri ospiti illustri: Paul Klee, Elsa Schiaparelli, Jean Cocteau, Andrè Gide, Frédéric Mitterrand tra gli altri, nonché il facoltoso filantropo romeno Gheorge Sebastian che ha lasciato in città un’impronta permanente. Winston Churchill, ospite dell’hotel Les Orangers, ha cercato qui la pace necessaria per staccarsi dalla politica e dedicarsi alla pittura e scrivere le sue memorie.

Hammamet dispone di clima e spiagge meravigliose, oltre alla storica medina, che è poi l’anima del luogo. Al di là delle offerte commerciali di rito, preparate con cura per uso e consumo dei turisti, la medina offre spaccati di vita e indicazioni sulla cultura locale. I pesci scacciamalocchio dipinti sulle pareti o i simboli marcati su ogni porta di casa, che raccontano storie famigliari, sono un paio dei tratti alla vista di tutti. Basta solo allontanarsi un poco dagli itinerari delle botteghe per respirare l’aura originale della medina, avvolta nel silenzio e nella quiete. Talvolta, voci di donne o i sapori della cucina impregnati di harissa, traspirano dalle case. Fuori dalle mura, l’ambiente muta. Regna uno scompiglio organizzato, poco comprensibile al visitatore occasionale, ma comune qui come altrove nel mondo arabo.

Hammamet ha visto insediarsi nel corso dei secoli Fenici, Cartaginesi, Romani, Arabi, Turchi e Francesi. Oggi è il buen retiro di almeno settemila italiani che hanno trovato non solo una pur comoda agevolazione fiscale, ma anche la possibilità di poter vivere l’età pensionabile in maniera leggera. Si riscoprono i ritmi lenti, con le mattinate nei caffè che guardano al Mediterraneo, il tardo pomeriggio sui lidi e le serate nei club a competere nel burraco. L’Italia, per molti, è diventata sinonimo di disillusione. Tra i nostri compatrioti aleggia la sensazione di aver lasciato un Paese a cui è stato dato tutto e che, in cambio, ha restituito poco o nulla. Si seguono sempre le vicende della penisola ma con distacco, come se il corso degli eventi ormai appartenga a un mondo dal quale ci si è tirati fuori appena in tempo.

“Credi a chi cerca la verità. Dubita di chi la trova” scriveva André Gide, che nel 1893 approdava per la prima volta in Tunisia dove trovò poi terreno fertile per la propria crescita personale. I nostri connazionali, che sono giunti qui se proprio non sono alla ricerca della verità, sono comunque alla ricerca di una realtà dove le cose possano di nuovo assumere contorni credibili, a misura d’uomo. I residenti mi spiegano che l’aria, eterea, indolente, aria che sa di salsedine, gelsomino e spezie, poco a poco ti entra dentro e non ti lascia più. Hammamet, pare, ha questa caratteristica. Oltre a quella, definitiva per molti italiani, che dimostra come un altro mondo sia possibile. 

lunedì 26 maggio 2025

Quella voglia di Grand Tour

 L’Italia ha avuto un volto, e con quel volto, con quei lineamenti inconfondibili affascinava, splendida e casuale, l’Europa el il mondo”. Così scriveva Giorgio Manganelli ricordando i tempi in cui la nostra penisola si apriva ai primi viaggiatori, studiosi e letterati spinti dal desiderio di conoscere in prima persona le vestigia dell’antichità classica lasciate da Greci, Etruschi, Romani.

Il vero e proprio interesse per l’Italia nacque con il “Viaggio in Italia” che Goethe pubblicò nel 1816 come diario dell’itinerario che aveva realizzato nella penisola nel 1786. Goethe, entusiasta dell’Italia, non fece altro che rendere pubblica quella che era diventata un’attività comune tra i pupilli delle famiglie altolocate del Nord Europa -sia nobili che borghesi- e che aveva avuto origine già alla fine del XVII secolo quando Richard Lassels aveva pubblicato “Voyage in Italy”. Era il 1670 e quel sacerdote inglese con l’hobby dell’avventura aveva al tempo compiuto cinque viaggi in Italia. Forte della sua esperienza aveva coniato il termine Grand Tour, come espressione di viaggio culturale e formativo e, senza saperlo, aveva posto la base semantica per due nuove parole: turista e turismo.

Nel XVIII secolo il Grand Tour è prerogativa dei rampolli delle famiglie nobili, che affrontano il viaggio con lo scopo di arricchire il proprio bagaglio culturale. Dopo la parentesi napoleonica e l’Europa ridotta a un campo di battaglia, i fautori della rivoluzione industriale elevano il Grand Tour a formula di rito, espressione massima del benessere raggiunto dai nuovi ricchi. L’influenza ancora viva dell’Illuminismo pervade le menti. Si sente impellente il bisogno del sapere, la necessità di realizzare esperienze in prima persona che portino i giovani a toccare con mano il passato e, dove si può, l’antichità classica. L’Italia offre queste prerogative ed è a portata di mano. I laghi del settentrione, la Liguria, Venezia, Firenze e Roma diventano mete imprenscindibili e chi ha tempo, denaro e coraggio si spinge anche a Napoli e in Sicilia. Gli spostamenti sono travagliati e i resoconti ci aiutano a immaginarci l’Italia dell’epoca. Le strade sono impervie e spesso le carrozze devono lasciar posto a cavalli e muli; le stazioni di posta sono prive di ogni comodità; certe zone sono battute dai banditi. Goethe, inoltre, ci aggiunge la sporcizia. Venezia, Napoli, Palermo non brillano per l’ordine. Parlando di Venezia, il letterato tedesco scrive: “sono rimasto colpito dalla grande sporcizia delle strade” situazione che ritrova a Palermo, dove il sudiciume serve addirittura a fare da strato per ricoprire il manto stradale.

Ciononostante, non c’è ostacolo che tenga. Guidati dagli schizzi di Piranesi e di altri paesaggisti, i viaggiatori hanno l’obiettivo di arrivare almeno a Roma per vedere il Colosseo con i propri occhi. I più temerari raggiungono le coste, da quella ligure a quella sorrentina che, con l’avvento del Romanticismo, diventano simboli destinati a perdurare nell’immaginario della gioventù dell’epoca. Il Grand Tour però non era solo tuffarsi nell’antichità. L’Italia del tempo, infatti, ha molto da offrire: il neoclassicismo, l’architettura palladiana, la commedia dell’arte, l’opera lirica vengono apprezzati, assimilati ed esportati. La concezione didattica del viaggio impone di partecipare ai salotti letterari, di creare bozzetti di viaggio, di accaparrarsi antichità che, vere o false, vengono proposte da sedicenti venditori. La lista dei personaggi famosi è lunga. Mary Shelley, George Byron, Stendhal, John Ruskin, Georges Bizet, John Keats, Charles Dickens, George Eliot, Louise May Alcott sono solo alcuni degli illustri ospiti. Il loro Grand Tour è l’embrione del turismo moderno, ma ancora pervaso da un ingenuo alone di romanticismo. George Byron regala all’Italia uno dei suoi versi più famosi (“Oh Italia, tu che hai il fatal dono della bellezza”), mentre Mary Shelley, la mamma di Frankenstein, più pragmatica annota: “L’Italia è un luogo affascinante, ricco di storia e di arte, ma anche di tristezza e di dolore”. Poche cose sono cambiate da allora nel nostro animo.

mercoledì 14 maggio 2025

Le "stanze", le prime pizzerie di Napoli

Non è facile stabilire una data precisa che definisca la nascita della pizza. Piatto dei poveri per eccellenza, comincia la sua storia come una focaccia su cui vengono sparsi i resti del pescato del giorno o l’origano. Ingredienti appunto poveri che marinai, soldati, bottegai consumano sopra una focaccia bianca perché a fine Settecento la pizza, a Napoli, si mangia per strada. Ci sono i venditori ambulanti che girano per i rioni, ma poco a poco si sente la necessità di sedersi a un tavolo, proprio come si fa in famiglia. E allora, ecco che nascono le “stanze”, vani affacciati sulla strada, una camera appartenente al nucleo famigliare che viene improvvisato negozio. Si cucina all’improvvisata, sulle cucine a legna, con l’acqua che è attinta dai pozzi che scavano nel sottosuolo cittadino. La gente passa e compra la pizza: i tavoli sono una novità e una schiccheria che presto prende piede. Ci si sofferma, si fanno quattro chiacchiere e poi via di nuovo. 

Nel 1807, secondo l’Archivio di Stato napoletano, ci sono 55 esercenti pizzaioli che dispongono di bottega. Gli ambulanti, però, continuano a fare il loro mestiere. Comprano le pizze dalle “stanze” e le vendono in strada, quasi sempre a tranci, con il loro carretto. Vengono citate nei testi le stanze di Port’Alba, Pietro e basta così, le stanze di Porta Carità, quest’ultima diventata oggi la pizzeria Martozzi. Ci sono anche i primi commenti di personaggi famosi, come quello di Alexandre Dumas padre, noto amante della buona cucina, che prova la pizza nel 1835 e la considera, nonostante la semplicità, “un piatto complesso”. Samuel Morse, l’inventore dell’alfabeto dallo stesso nome, è invece categorico nel suo giudizio: “una specie di torta nauseabonda” che somiglia “a un pezzo di pane tirato fuori da una fogna”. Il palato raffinato di Morse poco può sopportare la pizza, alimento povero destinato alla gente che lavora e che, spesso, non ha i soldi per potersela pagare. Ed è così che nasce l’idea della pizza a otto, un sistema che permette di mangiare i tranci una volta al giorno e poi pagare la pizza intera a fine settimana, una volta ricevuta la paga.

Napoli a quel tempo conta quasi 400.000 abitanti ed è una bomba a orologeria in materia di sanità pubblica. La rete fognaria è fatiscente, la spazzatura viene lasciata a marcire per le strade, nei quartieri del centro storico l’aria ristagna, le abitudini igieniche sono pessime. Nell’autunno del 1836, mentre il re Ferdinando II è a Vienna alla ricerca di una nuova consorte (Maria Cristina è morta a gennaio per le conseguenze del parto) scoppia nel Regno una tremenda epidemia di colera, che si protrae fino all’ottobre 1837, causando migliaia di vittime -una stima dell’epoca parla di almeno 30.000 decessi solo nella città partenopea-. Tra le vittime, anche se oggi considerata collaterale, c’è anche il poeta Giacomo Leopardi.

Ci vuole del tempo per rimettersi in piedi, ma la rinascita è veloce e passa soprattutto per un cambiamento delle abitudini dei napoletani. Le stanze si trasformano in pizzerie a tutti gli effetti, condizione che permette un controllo più sicuro da parte delle autorità. Gli ambulanti sono ancora tollerati ma si è ormai aperta una nuova epoca. Nel 1853 lo scrittore Francesco de Bourcard pubblica “Usi e costumi di Napoli e contorni”, una guida sulla città dove, tra le altre cose, cita la pizza come piatto popolare con un ricetta che anticipa la pizza diventata famosa anni più tardi con il nome di Margherita, in onore all’allora regina italiana. Intanto, nel 1871 le pizzerie sono diventate 123. La pizza emigra insieme agli italiani ed è pronta per trasformarsi nel piatto simbolo della nostra cucina.

martedì 6 maggio 2025

La papessa Giovanna tra storia e leggenda

Questa settimana si apre il conclave per eleggere il nuovo papa dopo la dipartita di Francesco I. È un avvenimento che interessa tutta la cristianità -2500 milioni di persone in tutto il mondo-, soprattutto perché definirà se la timida apertura voluta da papa Bergoglio troverà un erede o se, invece, si tornerà a una conduzione della Chiesa di stampo conservatore. Tra i tanti temi in sospeso, rimane sempre quello del sacerdozio femminile, irrisolto dagli albori della cristianità. Uno dei miti nati in questo contesto è quello della papessa Giovanna, assurto come monito sulla presenza femminile all’interno della Chiesa.

È ormai accertato che quello della papessa Giovanna fu un mito messo in circolazione con lo scopo preciso di demonizzare la presenza della donna nella Chiesa cattolica. Attraverso la sua parabola si volevano dimostrare i pericoli di un’apertura e, quindi, l’inaffidabilità del genere femminile all’interno della gerarchia ecclesiastica. Non è un caso che, insieme alla storia della papessa Giovanna, apparve nello stesso periodo -siamo alla fine del XIII secolo- anche la letteratura sulle streghe, un universo immaginario che presto venne applicato alla realtà. Più tardi, la storia venne ripresa dagli ambienti protestanti per screditare la Chiesa cattolica in pieno periodo di scisma.

Ma chi sarebbe stata la papessa? Nelle cronache, alcune controverse, era una donna inglese educata a Magonza dove, grazie ai suoi travestimenti, sarebbe riuscita a diventare monaco e quindi addirittura papa nell’855 succedendo a Leone IV con il nome di Giovanni VIII. Incapace di resistere alle tentazioni della carne, continuò ad avere rapporti con i suoi amanti rimanendo in cinta. Fu così che, durante una processione pubblica due anni dopo la sua elezione, venne colpita dai dolori del parto e scoperta. La reazione della folla fu implacabile: trascinata per i piedi da un cavallo, fu lapidata senza pietà. Benedetto III, il papa successivo, si assicurò che il nome della papessa scomparisse per sempre dagli annali della Chiesa.

La proliferazione della leggenda avvenne nell’ambito del processo di discredito verso le donne. La storia, messa in giro da due cronisti, Martino Polono e Giovanni di Metz nella seconda metà del XIII secolo, trovò terreno fertile nel partito di chi non voleva ammettere le donne al potere e ancora meno, quindi, al sacerdozio. Alcuni decenni dopo, nel 1330, il vescovo galiziano Alvaro Pelayo scrisse “De planctu ecclesiae”, dove descriveva la donna come l’oggetto privilegiato del demonio scatenando di fatto, la vera e propria caccia alle streghe. Non a caso. L’opera di Pelayo si prefiggeva di contrastare l’eresia dei Guglielmiti, che veneravano la mistica Guglielma da Milano, morta in questa città nel 1280. Venerata come l’incarnazione dello Spirito Santo, secondo i suoi seguaci, la donna sarebbe salita al cielo per instaurare una nuova gerarchia femminile all’interno della cristianità. La sua vicaria, Maifreda da Pirovano, aveva assunto i poteri sacerdotali -destinati solo agli uomini- e predicava per raggiungere il soglio pontificio. Quando Maifreda officiò la messa pasquale del 1300, accompagnata da varie diaconesse, intervenne immediatamente l’Inquisizione. Bonifacio VIII chiese un processo che fosse di monito: sia Maifreda che la sua principale collaboratrice Giacoma dei Bassani vennero bruciate sul rogo. Ciononostante, c’era bisogno di una letteratura che definisse una volta per sempre il ruolo delle donne nell’ambito religioso. Mistiche sì, ma svuotate di potere e in costante atto di sottomissione verso quella che era la gerarchia ecclesiastica. La leggenda della papessa Giovanna va quindi considerata come parte di questo contesto.

Due secoli più tardi, la Riforma protestante si avvarrà di quella leggenda per farla apparire come un evento realmente accaduto. Lo scopo era quello di denigrare la Chiesa cattolica: predica bene, ma razzola male relegando le fedeli a un ruolo subalterno. E, in effetti, a distanza di tanto tempo il ruolo della donna ancora spaventa e intimorisce.

lunedì 28 aprile 2025

Quel primo giallo da centomila copie

Il barone Carlo Coriolano di Santafusca non credeva in Dio e meno ancora nel diavolo; e, per quanto buon napoletano, nemmeno nelle streghe e nella iettatura. A vent’anni voleva farsi frate, ma imbattutosi in un dotto scienziato francese, un certo dottor Panterre, perseguitato dal governo di Napoleone III per la sua propaganda materialistica ed anarchica, colla fantasia rapida e violenta propria dei meridionali, si innamorò delle dottrine del bizzarro cospiratore...”. L’incipit, attuale e vigoroso, sembra tratto da un romanzo uscito appena ieri. Invece, stiamo parlando di un’opera pubblicata nel 1887. L’autore, Emilio De Marchi, è un milanese che proviene dal movimento della Scapigliatura e forse senza saperlo -anche se nella prefazione ne parla come un romanzo “d’esperimento”-, ha appena pubblicato il primo giallo della letteratura italiana. Il libro si intitola “Il cappello del prete” ed ha un successo incredibile. In un’epoca in cui vendere mille copie significava aver superato ogni aspettativa, “Il cappello del prete” di copie ne fa centomila.

A poco più di un ventennio dall’Unità d’Italia, gli italiani sono ancora in gran parte analfabeti. Ciononostante c’è una grande voglia di leggere. La diffusione di romanzi e di giornali permette alla borghesia incipiente di conoscere il mondo a cui la nuova nazione si affaccia con entusiasmo ed impazienza. In quel contesto gli alfabeti erano poco più di sei milioni, all’incirca il 25% della popolazione, per cui il mercato editoriale si deve accontentare di una base di fruitori abbastanza limitata. Nonostante tutto, escono alcuni best sellers. Alcuni li ricordiamo ancora oggi, “Cuore” di De Amicis e “Pinocchio” di Collodi su tutti, ma ci furono altri casi, di autori che abbiamo oggi dimenticato. Enrichetta Caracciolo (“Misteri del chiostro napoletano”), Michele Lessona (“Volere è potere”), Antonio Stoppani (“Il Bel Paese”) -ma questi ultimi due erano testi divulgativi- sono scrittori estremamente popolari. Assieme a loro si piazza anche De Marchi con “Il cappello del prete” che, presentato come romanzo d’appendice, riscuote un successo senza precedenti.

Pubblicato inizialmente a puntate su due giornali (“L’Italia del Popolo” di Milano e “Il Corriere” di Napoli) “Il cappello del prete” venne edito su volume nel 1888. De Marchi, che all’epoca aveva trentasei anni, dice di aver voluto scrivere un libro esplicitamente per il lettore: “l’arte è cosa divina” commenta nella prefazione “ma non è male, di tanto in tanto, scrivere per i lettori”. Lontano dalle atmosfere di “Il piacere” e de “I Malavoglia”, pubblicati lo stesso anno e destinati al ruolo di pietre miliari della  nostra letteratura ottocentesca, “Il cappello del prete” è rivolto al pubblico di massa e ricalca, in questo senso, le atmosfere dei “feuilleton” francesi. L’operazione riesce e il libro si rivela un vero e proprio caso editoriale.

La storia si svolge a Napoli e, a fianco dei personaggi principali (il barone Santafusca, il prete Cirillo, don Antonio) De Marchi pone un’umanità viva e reale, in una passerella di figure popolane che mostrano al lettore povertà e miserie dell’animo umano. Nel romanzo, però, c’è soprattutto un omicidio e un solo indizio: il cappello del prete, appunto. Da qui prende spunto la trama che serve a De Marchi, che crede nel ruolo educativo della letteratura, a dare un monito ai lettori a non lasciarsi deviare dal vizio. Nonostante le vendite, De Marchi non tornerà più su quello che da quel momento prese a chiamarsi romanzo giudiziario e più tardi, con l’avvento della serie Mondadori, il giallo. Lo scrittore, probabilmente, pur avendo tracciato il cammino, non aveva compreso le enormi potenzialità del genere.

Si può scaricare qui: https://liberliber.it/autori/autori-d/emilio-de-marchi/il-cappello-del-prete/


domenica 30 marzo 2025

Due parole sul decreto cittadinanza

La notizia ha fatto in fretta il giro del mondo e l’ha fatto perché l’Italia è una madre feconda che ha lasciato figli un poco ovunque. Mano a mano che si è diffusa ha procurato sorpresa, confusione. Ma vediamo cosa è successo. Il governo Meloni, con fretta inusitata, ha emanato un decreto cittadinanza dove cambia le norme che hanno regolato finora i criteri per l’ottenimento della cittadinanza italiana. In sintesi: gli italo-discendenti nati all’estero saranno automaticamente cittadini solo se avranno un genitori o un nonno nato in Italia. Stop alla ricerca di bisnonni e avi nelle anagrafi e nelle parrocchie, le storie personali dei nostri migranti non interessano più, e ancora meno il riscatto delle generazioni successive che, nelle radici italiane, trovano orgoglio e senso di appartenenza.  


Il decreto legge nasce dall’indifferenza e da calcoli politici ed è un decreto che spiega anche ciò che eravamo ed oggi non siamo più, quel popolo che praticava la solidarietà, che non dimenticava il sacrificio di chi aveva dovuto lasciare dietro sè gli affetti e la patria. Oggi, dobbiamo considerare che agli italiani, quelli che vivono nella penisola, importa poco o nulla del destino di chi ha dovuto separarsi dalla propria patria. Anzi, qualche politico li ha anche tacciato di “traditori” scesi dalla barca lasciando il Paese al proprio destino. L’opportunismo di certi personaggi non conosce limiti. L’altra faccia della medaglia infatti ha tinte sobrie, meste. Un Paese che non ha offerto opportunità ai propri cittadini, obbligandoli a scelte estreme, è una nazione fallita. O come consideriamo oggi, nel nostro comodo salotto perbenista quelle nazioni da cui provengono gli immigrati che premono alle nostre frontiere? Non siamo molto diversi.

I discendenti degli italiani sono quelli che ci mettono la faccia ogni giorno, all’estero, per un Paese che, a volte, non conoscono nemmeno. Lo fanno con una passione che i cittadini residenti in Italia non dimostrano perché non hanno mai provato sulla propria pelle i sacrifici di chi è emigrato. Essere italiani è un privilegio, ma molti italiani questo privilegio lo calpestano ogni giorno con condotte indegne che vanificano il lavoro di chi, da fuori, promuove l’immagine di un’Italia sana, accogliente, cordiale. Una pubblicità a costo zero, che vale molto più degli spot insulsi preparati dagli ultimi governi per vendere all’estero il “prodotto” Italia. Senza entrare nel contesto politico e nella scelta che l’ha reso operativo (ci sarebbe molto da dire anche sulle altre modifiche indicate nel decreto) questo provvedimento è uno spartiacque doloroso.  

Non dobbiamo però dimenticare chi siamo e da dove veniamo. Se avete tempo, leggete queste poche righe di “Sull’oceano” di Edmondo de Amicis (siamo nel 1889), resoconto in diretta su chi si imbarcava sui bastimenti della speranza perché il proprio Paese, egoista e mal governato, li aveva ridotti alla fame:

La maggior parte, bisognava riconoscerlo, eran gente costretta a emigrare dalla fame, dopo essersi dibattuta inutilmente, per anni, sotto l’artiglio della miseria. C’eran bene di quei lavoratori avventizi del Vercellese, che con moglie e figliuoli, ammazzandosi a lavorare, non riescono a guadagnare cinquecento lire l’anno, quando pure trovan lavoro; di quei contadini del Mantovano che, nei mesi freddi, passano sull’altra riva del Po a raccogliere tuberose nere, con le quali, bollite nell’acqua, non si sostentano, ma riescono a non morire durante l’inverno; e di quei mondatori di riso della bassa Lombardia che per una lira al giorno sudano ore ed ore, sferzati dal sole, con la febbre nell’ossa, sull’acqua melmosa che li avvelena, per campare di polenta, di pan muffito e di lardo rancido. C’erano anche di quei contadini del Pavese che, per vestirsi e provvedersi strumenti da lavoro, ipotecano le proprie braccia, e non potendo lavorar tanto da pagare il debito, rinnovano la locazione in fin d’ogni anno a condizioni più dure, riducendosi a una schiavitù affamata e senza speranza, da cui non hanno più altra uscita che la fuga o la morte. C’erano molti di quei Calabresi che vivon d’un pane di lenticchie selvatiche, somigliante a un impasto di segatura di legna e di mota, e che nelle cattive annate mangiano le erbacce dei campi, cotte senza sale, o divorano le cime crude delle sulle, come il bestiame, e di quei bifolchi della Basilicata, che fanno cinque o sei miglia ogni giorno per recarsi sul luogo del lavoro, portando gli strumenti sul dorso, e dormono col maiale e con l’asino sulla nuda terra, in orribili stamberghe senza camino, rischiarate da pezzi di legno resinoso, non assaggiando un pezzo di carne in tutto l’anno, se non quando muore per accidente uno dei loro animali. E c’erano pure molti di quei poveri mangiatori di panrozzo e di acqua-sale delle Puglie, che con una metà del loro pane e centocinquanta lire l’anno debbon mantenere la famiglia in città, lontana da loro, e nella campagna dove si stroncano, dormono sopra sacchi di paglia, entro a nicchie scavate nei muri d’una cameraccia, in cui stilla la pioggia e soffia il vento. C’era in fine un buon numero di quei vari milioni di piccoli proprietari di terre, ridotti da una gravezza di imposta unica al mondo in una condizione più infelice di quella dei proletari, abitanti in catapecchie da cui molti di questi rifuggirebbero, e tanto miseri, che “non potrebbero nemmeno vivere igienicamente, quando vi fossero obbligati per legge.” Tutti costoro non emigravano per spirito d’avventura.

lunedì 3 febbraio 2025

"L'ira nella palude", crimini tra le mangrovie

In Costa Rica, e in tutta l’area centroamericana, esistono storie nascoste, a volte insabbiate, a volte passate in silenzio, legate alla terra. I profitti che circolano attorno alla proprietà di grandi estensioni hanno creato conflitti che sono lungi dall’essere risolti. Da una parte ci sono le comunità autoctone, dall’altra interessi privati che vorrebbero trarre i propri personali benefici. Due modalità di vita agli opposti, che contrappongono chi cerca comunione ed equilibrio con la natura e chi, al contrario, ritiene che l’ambiente sia da controllare e sfruttare. Un conflitto che, mano a mano che i toni sono diventati esacerbati, si è fatto cruento e dove, come da copione, sono gli indigeni a farne le spese. L’Onu stessa, per quanto valga oggi la sua opinione, si è pronunciata perché gli omicidi dei leader locali non rimangano impuniti. Poi, che queste notizie non giungano all’opinione pubblica dipende da vari fattori, il principale il disinteresse che il giornalismo mainstream ha decretato per questo tipo di vicende che, è evidente, non attraggono pubblico e lettori. 

Eppure, mettere nero su bianco significa dare una dimensione alle cose. Se un fatto non appare, non esiste; in qualche modo bisogna parlarne. Trasportare la cronaca nel campo del genere noir mi è sembrato quasi un atto doveroso ed è così che è nato “La ira en el manglar”, scritto in origine in spagnolo e pubblicato da Uruk Editores e quindi tradotto in italiano, dove ha preso il nome di “L’ira nella palude” per i tipi di Neos Edizioni. https://maledettitropici.blogspot.com/2023/08/la-ira-en-el-manglar-una-novela-para-el.html 

La trama. Nei primi anni Novanta, il Costa Rica fu scosso da un fatto di cronaca che venne indicato dai mezzi d’informazione con il nome di “crimen del Guacimal”. Una vicenda di cronaca nera dalle tinte fosche, accaduta in tempi non sospetti in quanto a problematiche ambientali, nel contesto seducente ed insidioso di un bosco di mangrovie. Il fatto era insolito. Si parlò per la prima volta di un crimine ecologico, della ribellione della natura contro chi ne violava le sacre regole e dell’esclusività dell’inedito movente. Negli anni successivi, dopo aver letto gli sviluppi e i dettagli della storia, si è fatto impellente l’interesse per romanzare questa vicenda al contrario, dove la natura non è più un agente passivo, arrendevole, che si può plasmare a proprio piacimento, ma un’entità viva, capace di influire nell’animo delle persone, realizzando in questa maniera il suo proposito di difendersi da chi l’attacca. L’ira che si impossessa della palude.

https://neosedizioni.it/libri/narrativa/nero-co/lira-della-palude/

Italiani: popolo di santi, poeti e bestemmiatori

Una delle prime espressioni in lingua volgare italiana recita così: “Fili de le pute, traite!”. È l’iscrizione trovata nella Basilica di San...